Logitech K480: velocissima recensione a caldo

Scrivo due righe per recensire e testare al volo una tastiera Bluetooth per dispositivi mobili.

La Logitech K480 è una tastiera Bluetooth pensata per essere usata con tablet e cellulari (infatti per momentanea indisposizione del mio iPad la sto usando con l’iPhone) cosa che fa abbastanza strano poichè la tastiera è di dimensioni molto generose, dimensioni da scrivania più che da ginocchia, con un solco in cui alloggiare il dispositivo a mo di leggio.

Primissima impressione: strano, parecchio strano. La tastiera è più grossa di una tastiera Apple, il piano dei tasti è molto più in alto rispetto a una tastiera normale, la corsa dei tasti è lunga ma la risposta è ottima dando una buona sensazione di solidità, ma occorrono dita ben allenate o le falangi cominciano a dolere (puff pant, maledette tastiere comode!). NOnostante tutto mi piacciono le tastiere su cui si può pestare senza preoccuparsi di sfondare i tasti è questa è una di quelle

Facilità dell’accoppiamento? Bisogna passare dal pannello delle impostazioni ma si fa in fretta e si fa una volta sola poi la tastiera ricorda fino a tre dispositivi richiamabile con l’apposito selettore (per esempio, sapendo di doverla usare per lo più con l’iPad, ho usato per l’iPhone la posizione 2, la numero 3 la userò per un vecchio tablet usato da mio nipote su cui spero di insegnargli a “scrivere al computer”).

Il prezzo: tutto sommato non cara, aggiungiamoci che l’ho presa con un’offerta durante il Prime Day di Amazon, direi: quasi regalata. (Meno di 1/4 rispetto alla Magic Keyboard 2 della Apple, non ho idea della proporzione con la tastiera-cover dell’iPad Pro)

Il vero giudizio a una tastiera credo si possa dare solo quando si verrà costretti a cambiarla per logorio delle parti, fino ad allora il giudizio è “promossa”.

Ritorno all’analogico

In quasi 13 anni di foto digitali, il supporto cartaceo non si riesce proprio a lasciarlo nel secolo scorso. Decine di migliaia di scatti, magari non tutti meritevoli di passare alla storia ma magari qualche decina di migliaia di stampe meriterebbe di salvarsi dall’oblio digitale garantito dalla fallibilità accertata dei supporti su cui le abbiamo salvate. Non siamo come i nostalgici dell’odore della carta dei libri: un libro cancellato, alla peggio si ricompra. Una foto persa è una foto persa, non te la ridà più nessuno e allora meglio averne una copia anche su carta, credetemi.

A parte i service di stampa online e non, ottimi per volumi di stampe medio-grandi e per la stampa di oggettistica personalizzata con le nostre foto, quando vorremmo stampare una particolare versione di uno scatto magari servirebbe averle subito e soluzioni in giro ce ne stanno: stampanti a sublimazione, inkjet, tecnologia Zink… E poi sono tornate loro: le istantanee Polaroid, anzi di The Impossible Project. Prima di spiegarvi perché ho scelto questa strada vi spiego un attimo chi sono questi.

La storia di Impossible la potete leggere nello specifico qui, in breve: gli impiegati dello stabilimento olandese in cui si producevano alcuni tipi di pellicole Polaroid è stato rilevato dagli stessi impiegati che si sono assunti l’onore di fare reverse engeenering di tutto quanto, hanno riformulato i reagenti per lo sviluppo a causa delle norme anti inquinamento della UE e, una volta ottenuto un risultato commercialmente valido, hanno riportato in pista le vecchie macchinette Polaroid ricondizionando tutto l’usato che riuscivano ad avere dagli appassionati delle macchinette istantanee. Al momento stanno lanciando la loro prima macchina fotografica la Impossible Type I-1, ma erano già presenti sul mercato, oltre che con le pellicole e il servizio di ricondizionamento dell’usato, anche con l’Impossible Instant Lab I-Type, soluzione che introduce una nuova cartuccia priva di batteria (le Polaroid erano alimentate da una batteria inserita nella cartuccia che si cambiava ogni 10 scatti), quindi a minor impatto ambientale, ma che supporta anche le vecchie serie 600 e SX-70. Devo ammettere che quando un annetto fa lessi di loro pensai: “Ma chi glie lo ha fatto fare!”. È il sistema che costa più di tutti con una singola stampa che supera i 2€ di costo,, ma ammettiamolo: ha un fascino tutto suo, la piena riuscita dello sviluppo non è certo e dipende da tutta una serie di fattori che va a influenzarne la chimica: freschezza delle pellicole, loro corretta conservazione, temperatura a cui si è scattato e temperatura in cui si fa sviluppare la foto, luce presa durante lo sviluppo. Capirete anche voli che ogni singola lastrina fa storia a sè ogni singola lastrina è un pezzo unico; ogni singola lastrina è un posto d’onore per quegli scatti che se lo meritano.

Ma il fattore che mi ha fatto decidere è anche il ritorno alle mie origini: la mia prima macchia fotografica era una serie 600, mi fu tolta, da chi me la regalò, quando il prezzo delle cartucce diventò proibitivo (e io non me la facevo durare nemmeno dieci minuti). Ma il senso di aspettativa che ti faceva contare i minuti e fissare la lastrina che da grigia diventava giallina e poi cominciavano ad apparire i soggetti fotografati ha lasciato un’impronta che a quanto pare non si è cancellata. Mi è bastato vedere alcuni scatti fatti con quelle pellicole per innamorarmene e individuare tra i miei gli scatti meritevoli di un simile trattamento, peccato solo che adesso si debba sviluppare al buio ;-).

Ve lo dico subito: non chiedetemi Polaroid gratis! Qualcuno potrebbe riceverne, ma sono eccezioni che decido io, se ne vorrete dovrete contribuire al loro acquisto con un paio di Euro. L’era del tutto gratis finisce con Impossible Instant Lab.

Molti mi conoscono come un fanatico del digitale e in parte lo sono, ritenendo la musica digitale, gli ebook e le foto digitali un grosso passo avanti che permette a chiunque di usufruire di questi media a prezzi mai così bassi (sono anche un fanatico del “se ti piace, allora pagalo e non rubarlo”). Qualcuno non si spiega perché mi sia buttato su una tecnologia di trent’anni fa e non su una stampante a sublimazione o similare tecnologia di stampa digitale.

In parte l’ho già spiegato: ritengo la fotografia un processo che deve essere digitale solo nel momento in cui la luce viene letta dal sensore e nella postproduzione, per il resto si dovrebbe mantenere un processo analogico: filtri colorati davanti alle lenti e processi di stampa ottica con carta sensibile deve essere sempre preferibile ai filtri prefabbricati, per quanto potrebbero coesistere e integrarsi. La stampa a sublimazione o inkjet o a trasferimento termico su carta chimica ha un senso ma appiattisce il discorso di molto, utile ma deve essere alternativo e non il contrario. Perché? Banalmente, il motivo è da ricercarsi nella unicità che lo scatto fotografico deve avere. Ogni modifica fatta in post produzione si finalizza con la stampa e una stampante “digitale” (concedetemi il termine anche se è un’approssimazione del processo) rende tutto uguale, mentre il processo di stampa chimico è influenzato da molti fattori che ne andranno a definire il risultato finale.

Ripeto, non sto dicendo che bisogna usare i procedimenti analogici E NON quelli digitali, ma che si dovrebbero preferire, senza demonizzare il digitale che ha dalla sua la praticità della trasportabilità e della rapidità e facilità di esecuzione.

Non ho mai amato l’abuso dei filtri che si fanno con app come Instagram o Rebrica, eppure il loro scopo è (era) portare in digitale i colori delle Polaroid, ma l’uso sconsiderato e acritico di solarizzazioni e acidificazioni dei toni scuri ha portato solo al proliferare di brutte foto o, peggio, di foto rovinate dal filtro sbagliato. I colori acidi, molto o poco saturi erano una sorta di firma di una certa particolare pellicola e prima ci si ingegnava per trovare la luce che esaltasse quella qualità o banalmente si usava un altro tipo di pellicola, ma se ci si svena e si dà fondo al portafogli per comprarsi l’ultimo smartphone o l’ultima reflex che è stata studiata per avere i colori fedeli alla realtà trovo stupido andate a rovinare una foto solarizzandola oltre misura.

Trent’anni fa quelle erano foto rovinate dal sole, sbiadite nelle cornici in anni di esposizione sui mobili del salotto o appese alle pareti in pieno sole. Adesso c’è chi le ostenta per avere like ruffiani sui social. Sono vecchio? Può essere. Resta il fatto che certe foto fanno davvero schifo, e magari, prima di mettere quel dannato filtro, erano da 10 e lode.

Se il Lab dovesse funzionare credo che prenderà una piccola percentuale delle foto che scatto dallo smartphone e forse qualcuna fatta con la reflex, così come uso Instagram spero di cominciare a pensare gli scatti per la pellicola, e magari finalmente mi deciderò a prendere una stampante a sublimazione, anche se il formato 10×15 mi sta un po’ stretto, è sempre doppio rispetto a quello Polaroid. Devo fare solo spazio in casa per le scatole di foto che arriveranno.
Un ultimo paragrafo voglio dedicarlo alla Polaroid di oggi, quella che ha cercato di reinventare una sorta di istantanea con una stampante priva di inchiostri che usa una carta chimica in tricromia denominata ZINK. Tutto molto bello, pare che le foto siano anche durevoli MA hanno un formato ridicolo: 3 pollici per 2, praticamente tre pollici quadrati meno di una Polaroid 600 e magari ci mettono anche il bordino bianco. Aumentate le dimensioni e magari ci rivediamo.

Unboxing e primi test.

Il pacco arriva nei tempi previsti, imballo ottimo e abbondante, qualche perplessità in alcune scelte dei contenuti del Lab: un sacchetto in tessuto sottile come custodia non mi sembra l’ideale, ma il Lab è oggetto da scrivania e da trasporto in valigia quindi potrebbe anche starci. Altra cosa curiosa: ha la filettatura per il treppiedi.

Decido per provare prima le pellicole bianco e nero, e tutto l’entusiasmo crolla al tappeto a causa di stampe poco dettagliate con gamma e contrasto ai minimi, molti neri, tanti bianchi ma le sfumature di grigio intermedie latitano di brutto. Per me equivale a una bocciatura, il risultato dello sviluppo è più che incerto, dieci minuti di sviluppo al buio e i toni di grigio fanno pena i neri imperano e i bianchi… occupano la restante parte del fotogramma, ogni tanto a furia di tentativi ed errori riesco ad ottenere un risultato accettabile, ma il costo diventa troppo elevato per giustificare l’acquisto futuro di questo tipo di pellicola.

Poi metto quella a colori: tempi di sviluppo oltre la mezz’ora ma i colori, dopo un paio di passi falsi escono fuori tutti, magari tonalità sature e acide, ma nulla che non sia come era un tempo. Queste sono decisamente promosse, al punto che chi ha dovuto scegliere tra due versioni della stessa foto ha avuto difficoltà in quanto anche quella con poco contrasto e gamma aveva un suo perchè. Bello, di pellicole a colori ne prenderò ancora: acquisto promosso, nonostante gli inciampi iniziali.

Ipotesi sullo scostamento del gamma e del contrasto: il lab fa una foto a uno schermo senza che i due apparecchi si parlino, il telefono fa tutto, l’otturatore del lab è una lastra metallica come fosse un banco ottico. È il telefono che fa apparire la foto per i millisecondi necessari all’esposizione ed è per questo che le cose non corrispondono, forse andrebbe calibrata meglio la app, credo che scriverò a The Impossible Project. Inoltre allineare l’iPhone 6 non è esattamente immediato, si ottengono risultati migliori con l’iPad, che però è più pesante e la torre che sorregge il tutto rischia il “collasso strutturale”.

Prodotto non scevro da difetti, ma i pregi ripagano ampiamente, se amate questo tipo di fotografie.

Aggiornamento 01/06/2016

Quanto scritto sopra vale per i primi tre giorni di uso. Da ieri mi sono ritrovato con scatti molto più equilibrati, comincio a capire quali colori sono meno impressionati dalle pellicole B/N e confermo che preferisco quelle a colori, ma una volta domato, anche il bianco e nero Impossible ha il suo fascino, anche perchè dopo due giorni alcune pellicole ancora non sono perfettamente stabilizzate è aggiungono un ammorbidimento dei toni che mi ha spinto a riconsiderare la bontà di scatti scartati in prima istanza (pur riconoscendone i limiti).

Il motivo di questo aggiornamento però è un altro. Mentre aspettavo la consegna del pacco dalla Germania mi sono posto il problema di come evitare di disperdere gli scatti e di conservarli in modo corretto. Ero sul sito della MOleskine perchè mi serviva un taccuino in cui annotare alcuni parametri di scatti da ripetere a distanza di mesi o anni e mi cade l’occhio sul loro album a pagine nere (e le foto le preferisco guardare proprio su sfondo nero), con tasca  a soffietto incollata internamente alla copertina: ottima per tenerci delle pellicole in sviluppo. Ordinato il tutto, è arrivato oggi e, armato di nastro biadesivo ho incollato i primi otto di ventiquattro scatti effettuati. Possono sembrare pochi ma se consideriamo le copie doppie o triple fatto per testare la pellicola a varie esposizioni e le volte che non ho esposto la pellicola in tempo (due volte in cui mi è scappata la lastra dell’oturatore maniale). Due foto perfoglio per trentadue fogli di cartoncino nero 200 gr/m² di grammatura, spero regga lo spessore delle pellicole visto che sembra pieno dopo aver occupato i primi 4 fogli. Bonus: due fogli di cartone ondulato che facevano spessore nella confezione dell’album sono stati saldati insieme col biadesimo a formare un’altra cartelletta per schermare le pellicole dalla lice durante lo sviluppo. Album decisamente promosso

C’era una volta un pandino rosso

imageUn piccolo post per giustificare un test da iPad. Un test che serve a valutare sia WordPress da interfaccia web su tablet, sia il browser col quale sto scrivendo il tutto.

10 anno fa una matricola si affacciava al grande pubblico (io e altri la usavamo già da prima, quando aveva un’altro nome). Firefox compie 10 anni e approda finalmente su iOS con una versione speciale basata su WebKit e non sullo storico Gecko.

ED È BELLISSIMO!

Apple Watch anticipato

IMG_2611OK, lo avevo scritto anche qui che non avrei preso il modello attuale (perchè prima o poi l’intenzione di prendere uno smartwatch c’era). alla fine ho preso la versione Sport perchè l’Apple Watch “senza niente dopo” costava troppo e i cinturini d’acciaio o non mi stavano o costavano il rene residuo (il primo lo davo per l’orologio).

Ma allora, se vedevo tutti questi “contro”, perchè l’ho preso?

Perchè i “contro” stanno praticamente tutti là sopra, se ci si accontenta della versione Sport, abbellita da nuovi modelli molto più gradevoli da portare sul polso, l’Hardware pressocché identico alle versioni più costose, idem le funzioni, le app terze in aumento esponenziale, un nuovo OS che lima i difetti della prima release e amplia le funzioni a disposizione degli sviluppatori, mi hanno fatto dire “Perchè non adesso?”

Uso molto le notifiche dell’iPhone e tengo il telefono nel taschino della camicia col risultato che d’inverno devo recuperarlo da sotto il maglione, l’Apple Watch è sempre a colpo d’occhio, non mi disturba avere “un coso” sul polso, semmai mi sento perso senza, nonostante che guardi l’ora anche nell’angolino in alto a destra del Mac. Quindi lo smartwatch a me serve, o, meglio, ne faccio un uso conguro e consapevole.

Funziona?

Risposta brevissima: .

Ce l’ho al polso da meno di ventiquattro ore quindi non ho potuto apprezzare davvero tutte le funzioni e tutte le app che avevo già pronte per essere installate dall’iPhone, per cui un parere migliore mi riservo di scriverlo in questo o in un altro post tra qualche tempo. Ma la prima impressione è più che positiva.

IMG_2606Packaging enorme per un orologio, consiglio ad Apple di usare qualcosa di più compatto nei modelli futuri, mi ha ricordato la valigiona di cartone e polistirolo in cui era custodito il mio vecchio iBook 12″ (polistirolo a parte), gigantesca se rapportata alla scatoletta del successimo MacBook Pro 13″.

Il cinturino in fluoroelastomero e meno gommoso di quanto pensassi, la cassa più piccola di quanto immaginassi (l’ìorologio precedente era più grande), lo schermo leggibilissimo anche con caratteri piccoli, buono il contrasto. Materiali e colori… di classe Apple, non è cheap.

Sistema di configurazione diverso dal solito con cose da fare dall’orologio e un pannello di controllo sull’iPhone da imparare voce per voce, il manuale utente scaricabile da iBooks che a metà mi ha causato giramenti di testa simili a quando studaivo roba parecchio nozionistica. Mi hanno rallentato un po’ come non mi succedeva da anni con un prodotto Apple, 24h dopo sto ancora imparando (OS X lo imparai in meno di due mesi di uso, ma lo usavo proficuamente dopo qualche ora). capire quando usare la corona, quando scorrere col dito quando cliccare e quando toccare non è immediatissimo, ma si impara. Il Force Touch con feedback tattile la prima volta che si vuole personalizzare un quadrante fa temere di aver sfondato lo schermo :-), non è un gadget per chi non vuol imparare a usare gli smartphone, soprattutto preparatevi a usare molto la voce, quindi a far sentire i fatti vostri a chi vi sta intorno :-), l’alternativa è la nuova tastiera di iOS 9 sul fido IPhone, ma se si sta in bilico su un autobus o in metro magari uno “Sto arrivando” con posizione allegata vi viene comodo mandarlo dall’orolozio usando le risposte preimpostate.

Digital Touch poco utile non avendo altri contatti con Apple Watch a cui mandare “Apple Poke” colorati, selezione dei contatti preferiti che ti fa amare la corona digitale.

Al momento solo i suoni mi convincono poco e la misurazione delle pulsazioni ogni tanto sbarella, ma, almeno per i primi, magari devo ancora imparare a configurarli bene. vedremo in seguito.

Batteria, sentenza non definitiva visto che era previsto un consumo maggiorne nei primi giorni: non ha raggiunto le 20h di prima carica, ma credo che il giorno e mezzo possa farlo senza problemi.

App incluse per la salute… a me servono poco, le sto provando ma sono per lo più una curiosità.

App di terze parti, è stato saggio in fase di prima configurazione non installare tutto subito ma aggiungere solo quelle utili dopo l’aggiornamento a Watch OS 2, devo fare una leggera scrematura dopo aver constatato l’immaturità di alcune di esse e la ridondanza di altre. Ho scoperto di avere 7GB di spazio totali. A proposito, non capisco perchè Apple non dichiari in modo palese la capacità degli orologi, ma tant’è! Stupiscono alcune assenze come per esempio Watsapp di cui si ricevono solo le notifiche ma non riesco a rispondere ai messaggi dalle stesse nonostante la funzione sia prevista. Consiglio comunque di dettare testi brevi, facendo finta che si tratti sempre di Twitter con i suoi 140 caratteri, altrimenti passate la palla all’iPhone tramite handoff o vi ritroverete con ripensamenti, ripetizioni e improperi all’inidirizzo di Siri, soprattutto le prime volte. 🙂

Edit Serale. da stamattina alle 10:30 con un uso che definirei medio-alto la batteria ha poco più 3/4 di carica, considerato che adesso si ha la possibilità di usare Apple Watch anche come sveglia notturna da comodino a patto di metterlo in carica direi che il problema autonomia è un non problema, anche perchè in meno di due ore l’orologio fa il pieno o quasi.

Acquisto promosso anche se comunque i margini di miglioramento ci sono e si sentono (e non tutto è colpa di Apple)

Creative Commons for dummies

Watermark FotoCome già detto in altri post un qualsiasi contenuto messo sul web non è automaticamente messo a disposizione per chiunque, il normale copyright vale, ma oltre al copyright ci sono diverse licenze che permettono usi più o meno liberi dei contenuti in oggetto: il Pubblico Dominio permette di usare un contenuto liberamente (fatto salvo il divieto di appropriarsi della paternità dell’opera) e poi, quelle che ci interessano le licenze che vanno sotto il nome collettivo di Creative Commons.

Le Creative Commons sono licenze che garantiscono sempre due cose: la paternità dell’opera e l’obbligo di ridistribuire il contenuto con la stessa licenza in caso di pubblicazione dello stesso contenuto o di una sua variante (ma delle varianti parliamo sotto). In parole povere io pubblico una mia foto sotto Creative Commons, Tizio vede la foto e la vuole per un articolo o un blog o per una voce di Wikipedia, Prende la foto, la mette insieme al suo testo e sotto la foto o in una nota a margine mi accredita lo scatto e NON mette Riproduzione riservata anche alla mia foto ma se il suo articolo è sottoposto a Copyright, deve escludere da esso la mia foto con una banale dicitura tipo “Vietato riprodurre il testo dell’articolo, Immagine xx di xxxxx rilasciata sotto Creative Commons…”.

Da quando ho cominciato a fotografare in digitale (12 anni fa, ormai) Ho sempre usato una licenza Creative Commons e mi sono sempre servito di Flickr per distribuirle anche in formato originale, col risultato (abbastanza lusinghiero per un fan/fotografo amatoriale) di vedere la propria foto associata alle pagine di Wikipedia di svariati attori che hanno ricoperti ruoli in Star Trek (anche il Capita dei capitani J.T. Kirk), senza che io facessi nulla per mettercele. Un’ottima palestra per scoprire da se quale stile rende e quale no, adesso potrei pure mettere un piede nel settore di distribuzione via Micro stock (non ho grosse prospettive, solo rientrare di qualche spesa o riuscire ad arrotondare i risparmi per qualche ottica nuova).

Con Facebook usare la Creative commons è particolarmente difficile in quanto bisogna trasferire i diritti di distribuzione ad esso, cosa vietata dalla CC; come conciliare allora i due aspetti? Io ho risolto (spero) modificando eventuali scatti in modo da essere malamente distribuibili, usando un watermark pesantissimo, tagliando parti generose dell’immagine e/o riducendo la risoluzione a valori buone al massimo per un bannerino (parlo dell’intero fotogramma, se lo scatto andasse ulteriormente croppato l’area utile diventa minore), costringendo chi la vuole a rivolgersi a Flickr e quindi accettando la Creative commons in uso per quell’immagine.

Come faccio in caso mi accorgo di violazioni della licenza o di uso impropriodi una mia immagine?

  1. Chiedo gentilmente la rettifica.
  2. Se la richiesta resta inascoltata aggiungo i crediti nei commenti linkando anche la pagina della Creative Commons
  3. Se fanno ancora orecchie d mercante li trolleggio su Facebook mostrandoli per i ladri di polli che sono

Fino ad ora hanno sempre sistemato o rimosso la foto, eppure non chiedo soldi, solo due minuti di uso consapevole della tastiera.

Diritti sPOSTati

Dopo l’ennesima condivisione serve un punto fermo da ricondividere all’occorrenza per cui riscrivo qui quanto già detto su Facebook, integrando anche qualcosa.

Non basta un post in legalese per proteggere la vostra privacy da Facebook, o per far valere copyright o quant’altro. PER ISCRIVERVI AVETE ACCETTATO CLAUSOLE CHE CEDONO L’USO DEI VOSTRI CONTENUTI A FACEBOOK. Come potete difendervi? Evitando di pubblicare i dati sensibili che non volete condividere col mondo intero. Per citare “qualcuno” evitate di farvi foto (o, almeno, di mettere su Internet) che non volete far vedere a vostra nonna. Non esiste amico fidato che non possa perdere il cellulare in strada, che non possa venire derubato, che non prenda virus che espongano il contenuto delle proprie memorie elettroniche a gente senza scrupoli, che al primo torto non si vendichi sputtanandovi sul web. Pensare che basti un post su un social a proteggere i propri contenuti è come fidarsi di un giubbotto antiproiettile fatto con la carta igienica bagnata, pensare a quanto sia opportuno pubblicare qualcosa PRIMA di farlo è l’unica cosa che protegga davvero

Se proprio volete negare diritti sulle vostre foto a Facebook avete due possibilità: cancellarvi del tutto dal social network richiedendo la rimozione di tutto quanto (cosa che comunque faranno con calma) oppure rendere le vostre foto poco appetibili con filigrane (quelle scritte che vengono sovraimpresse) abbastanza difficili da rimuovere senza tagliare malamente la foto. Questa è la soluzione che ho adottato per le mie foto. Un bollino che copre un intero angolo della foto che, tra l’altro dice pure come è stata rilasciata la foto (non che questo previene da un uso illecito, come già detto), uno che vuole prendersi la foto senza riconoscermene nemmeno la paternità dovrebbe tagliare la foto in modo pesante o editarla in modo che non mi verrebbe difficile dimostrare la proprietà dello scatto semplicemente esibendo il file raw (il file fotografico coi dati grezzi del sensore) completo.

Imprecisioni Stellari

Anni fa questo articolo venne pubblicato su Alpha Quadrant, oggi che l’Expanded Universe di Star Wars è solo un ricordo, ho deciso di ripubblicarlo sul blog.

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…

Imprecisioni Stellari

di Salvatore Capalbi

Guerre Stellari, la saga cinematografica che ha forgiato il cinema di fantascienza moderno, è terminata. Lucas ha promesso ai suoi fans una serie televisiva che, al momento in cui scrivo, non fa parlare affatto di se, così non resta che rivedersi per l’ennesima volta i film, magari la Trilogia Classica “theatrical version” col suo slang tecno-fantasy che fa sorridere (se non inorridire) i puristi della fantascienza. A ben guardare Star Wars non è solo fantascienza ma una commistione di generi, quindi non stupisce che il tecnobubble sia “imbastardito” da terminologie inesatte o che sembrano fuori contesto.

I dodici parsec scarsi impiegati dal Millennium Falcon di Han Solo per percorrere la Rotta di Kessel (Kessel Run) sembrano indicare una velocità, ma chiunque abbia anche solo un’infarinatura di astronomia sa che il Parsec è una misura astronometrica lineare.

Possibile che Lucas non si sia documentato abbastanza da aver confuso un’unita di misura lineare per un’unità di misura della velocità? Oppure Solo, semplificando un po’ le cose, intendeva dire di aver superato quella regione di spazio, comprendente un campo di asteroidi e corpi subplanetari (il sistema di Kessel) e l’ammasso di buchi neri del Maw, percorrendo una rotta inferiore ai dodici Parsec.

Cosa s’intende per parsec?

Il parsec è una misura astronometrica che significa “Parallasse di un secondo d’arco”… Via quegli sguardi interrogativi e attenti un attimo.

 La parallasse (dal greco parallaxis, cioè alterazione) è, in parole povere, quell’effetto per cui lo sfondo sopra il quale si vede un oggetto varia al variare della posizione dell’osservatore, viene espressa come ampiezza di un angolo (banalmente: osservate il vostro indice chiudendo un occhio per volta, lo vedrete ogni volta su uno sfondo diverso). Viene usata per determinare la distanza di oggetti tramite triangolazione (usando un teodolite, ad esempio), in astronomia viene usata per corpi celesti non troppo distanti usando come punti di osservazione la posizione di un punto sulla superficie terrestre (un osservatorio astronomico) nell’intervallo di dodici ore (lo stesso osservatorio all’altro estremo del diametro del parallelo di appartenenza), o la posizione della Terra nel suo moto di rivoluzione attorno al Sole a sei mesi di distanza (diametro medio dell’orbita pari a 2 Unità Astronomiche). L’ultimo caso è detto parallasse annua, quando questa è pari a un secondo d’arco, la distanza tra la stella e il nostro Sole è di 1 parsec (abbreviato in pc) corrispondente a 3,26 anni luce. A parte il Sole, non ci sono stelle con parallasse maggiore di un secondo, dalla Terra non abbiamo quindi stelle più vicine di 1 pc.

Il Sistema di Kessel

Il sistema di Kessel viene sviluppato e descritto per bene da Kevin J. Anderson nella Trilogia dell’Accademia Jedi in cui Han Solo e Chewbacca, imprigionati nelle miniere di spezia di Kessel, conosceranno il primo allievo di Luke Skywalker: Kyp Durron. Kessel quindi appartiene più all’Expanded Universe che alle trilogie ufficiali in cui viene nominato solo poche volte. E’ composto da corpi celesti sub planetari con l’atmosfera molto sottile a causa della gravità troppo bassa, gli abitanti usano quindi delle maschere per respirare normalmente. Il sistema è stato sfruttato dall’Impero per le colonie penali nelle miniere di spezie: sostanze psicotrope come il glitterstrim che dona poteri telepatici a chi lo assume.

Facile pensare chi siano gli avventori di un simile posto. Imperiali a parte, tutta la malavita della Galassia ha a che fare direttamente o meno con Kessel e i suoi asteroidi, per questo è fondamentale entrare e uscire dal sistema in modo rapido e ragionevolmente sicuro. A complicare le cose c’è la vicinanza dell’ammasso del Maw: un insieme di buchi neri che, tra l’altro, nasconde un centro ricerche e una fabbrica imperiale segreti, chiunque fosse tanto pazzo da tuffarsi là dentro per nascondersi agli Imperiali passava direttamente dalla padella alla proverbiale brace, ecco tutti gli ingredienti che hanno reso leggendaria la Kessel Run.

Calcoliamo una rotta interstellare

Analizziamo il metodo usato per determinare le rotte interstellari nella galassia di Guerre Stellari. Molto banalmente esistono delle mappe galattiche con contrassegnati dei corridoi che uniscono dei sistemi chiave, teniamo presente che le galassie girano su se stesse con velocità diverse del centro rispetto alla parte esterna del disco galattico, questa differenza di rotazione dipende dalla maggior concentrazione dei corpi celesti al centro rispetto che all’esterno, questo comporta lo spostamento relativo di un sistema stellare rispetto ad altri. Le rotte non sono immutabili e valgono nel breve e medio periodo, vanno quindi ricalcolate di volta in volta  servendosi di computer di navigazione o droidi nel caso di caccia. Le rotte non devono passare troppo vicino ai grossi pozzi gravitazionali generati dai corpi celesti perché le navi potrebbero essere distrutte dalla forte attrazione gravitazionale amplificata dall’iperspazio, per cui non sempre è possibile fare tutto il viaggio con un’unica linea retta. La rotta sarà composta da più segmenti che girano attorno alle zone d’influenza gravitazionale. Diminuendo il numero questi segmenti, si accorciano i parsec percorsi ma inevitabilmente la rotta diviene meno sicura.

Nel caso specifico del sistema di Kessel l’ammasso di buchi neri del Maw è proprio sulle rotte dei contrabbandieri. Mentre tutti ci girano prudentemente attorno, preferendo rotte più sicure, Han e Chewbacca per sfuggire agli imperiali vi si avvicinarono moltissimo rischiando l’integrità strutturale del Millennium Falcon e stabilendo il record di percorrenza inferiore ai 12 pc.

Nonostante ciò gli imperiali riuscirono a chiuderli in trappola e Han abbandonò nello spazio il carico pagato in anticipo da Jabba, in tempo per non essere arrestato, mettendo in moto tutta la serie di avvenimenti futuri che ben conosciamo.

Elenco fonti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Parallasse
http://en.wikipedia.org/wiki/Parsec
http://it.wikipedia.org/wiki/Parsec
http://it.wikipedia.org/wiki/Unit%C3%A0_astronomica
http://www.starwars.com/databank/location/kessel/?id=eu (broker link) http://www.starwars.com/databank/kessel
Kevin J. Anderson, Guerre Stellari. Sulle orme dei cavalieri Jedi; Sperling & Kupfer


Immagini:
Rappresentazione grafica del parsec:
http://en.wikipedia.org/wiki/Image:Stellarparallax_parsec1.svg

Markdown… Un po’ troppo tardi?

Sto scrivendo questo post dalla app WordPress per iOS, su una beta di iOS 9.1, da un iPad Air, usando la tastiera touch su schermo. Perché questa precisazione iniziale? Semplice perché una prima risposta alla domanda del titolo è: in questo caso Markdown è solo un’inutile complicazione. (Ovviamente IMHO, anche se il perché andrò a spiegarlo in conclusione all’articolo)Ma cos’è Markdown?

Markdown (link a Wikipedia per chi vuole approfondire) è l’ennesimo linguaggio a marcatori che si può usare per scrivere testi ben formattati con stili diversi per paragrafi e caratteri in modo veloce quando non si dispone di un editor evoluto o quando l’interfaccia del proprio editor distrae troppo e per fare il testo in grassetto o produrre un rientro nel paragrafo bisogna lasciar perdere la tastiera, prendere il mouse e pensare ad altro deconcentrandoti da ciò che si sta scrivendo. “Beh, utile!” Direte voi. Se usate tastiera e mouse, sicuramente, meno se usate un tablet che ormai vi fa perdere tempo più per scrivere i caratteri che compongono i marcatori (** per il grassetto, per esempio) che per inserire la formattazione direttamente posizionata sulla tastiera touch del dispositivo (parlo per iOS, ma credo che tastiere estese simili esistano anche su Android).

Quindi se sia o no in ritardo (WordPress 4.3 lo supporta anticamente, prima c’era un plugin ufficiale di Automattic) dipende dal numero di blogger (e di scrittori) che scrivono le proprie bozze sui tablet e non sui computer tradizionali o comunque con l’accoppiata tastiera/mouse.

Piccola conclusione semi-off-topic: ho un buon motivo per provare la soluzione delle tastiere di iPad Pro 😉

Dedicato a…

Questo post è dedicato a te.

  • Tu che pensi che Facebook sia tutta Internet. Invece fuori da quel recinto c’è letteralmente un mondo
  • Tu che pensi che Facebook faccia tutto bene. Quando fa tutto in modo mediocre
  • Tu che pensi che su Facebook ci stia la Verità Rivelata e vuoi farne parte. E condividi tutto in modo acritico
  • Tu che, quando ti chiedono di visitare un sito che non sia Facebook, vai letteralmente nel panico. Mostrando quanto in realtà tu sia ignorante
  • Tu che non distingui utenti da pagine e ti ostini a creare nuovi account utente per ogni pagina che avresti DOVUTO creare. Stessa password per tutti, magari.
  • Tu che magari riesci a “rubare” anche contenuti gratuiti. Troppa fatica mettere il link di origine o almeno i crediti all’autore..
  • Tu che ti difendi con: “Ma su Facebook la vedono tutti” scordandoti che, per fortuna, non tutti sono su Facebook e sono tuoi amici.
  • Tu che concedi l’amicizia anche a: cani, porci, zecche e zanzare. Poi ti lamenti che qualcuno pubblica video porno a tuo nome e a tua insaputa.
  • Tu, che… Adesso non mi viene in mente nient’altro dedicato agli Utonti Facebookari, nel caso aggiungo, sono nel mio blog e i post li ritrovo rapidamente anche a distanza di anni, fate la stessa cosa con Facebook!

Questo post era stato pensato per essere scritto direttamente sulla bacheca di Facebook insieme a questo link, poi ho deciso si scriverlo qui perché è più comodo e su Facebook arriva il link in modo automatico.

Questo post potrebbe aver inaugurato una serie, vi ho avvistato. 😉

Appunti per un’eclissi solare

Eclissi 20150320

Simulazione dell’eclissi vista da Salerno (Italia) ottenuta con Sky Safari

Il 20 di questo mese ci sarà un’eclissi parziale (da noi) di Sole. La Luna si frapporrà tra noi e la nostra stella, provocando una spettacolare falce nel cielo. la fase di totalità sarà visibile a latitudini alte in Europa.

Poiché in quei giorni si svolgerà a Fiuggi la Deepcon 16, io dovrei essere in viaggio nelle due ore di transito lunare, specificamente dovrei essere alla stazione ferroviaria di Salerno.

Ho deciso di tentare una fotocronaca via social dell’evento, o quantomeno di scattare foto durante le varie fasi dell’eclissi.

In questo post annoterò e racconterò i passi compiuti per adeguare la mia attrezzatura fotografica all’osservazione solare.

Innanzi tutto due parole sul nuovo corpo macchina Nikon D7100. Si è rivelato molto sensibile anche con pochissima luce permettendomi di fare foto con autofocus rapido in condizione di quasi oscurità (pista da ballo), il mirino di serie permette una messa a fuoco manuale rapida e precisa con indicazione di superamento o anticipazione del punto di fuoco selezionato. Questo unito alla mancanza del filtro low-pass davanti al sensore lo rende versatile nella fotografia astronomica.

Un mesetto fa stavo quasi per acquistare un 800mm catadiottrico, che sarebbe ottimo per gli oggetti del sistema solare ma obbliga al treppiedi, quindi non mi sarebbe stato utile in questo caso, userò il Nikkor 70-300mm che seppur non luminosissimo va più che bene visto che il Sole diretto anche se schermato e con la Luna a nasconderne una parte cospicua  vuole un diaframma chiuso, il filtro che permetterà al sensore CMOS e alla mia retina di uscirne indenni l’ho preso sul sito di Unitron Italia, distributore dei prodotti Baader Astrosolar. Nella fattispecie è un anello di plastica agganciabile davanti alla lente del teleobiettivo che supporta un foglio Astrosolar di nuova concezione, con argentatura fronte-retro, che risolve, tra le altre cose il problema del sole blu, restituendo una gradevole imagine in bianco e nero della nostra stella.

Foto a mano libera, reflex impostata totalmente in manuale, Bracketing di tre scatti a +/-1 EV f/11 tempo di circa 1/250, nel test fatto a sole pieno ho esagerato con gli ISO, impostati a 800, quando 400 bastano (la foto migliore è stata fatta a -1EV e potevo calare ancora).

IMG_1718Il test di assemblaggio del filtro e uso sul mio zoom è stato quasi epico. Baader ha previsto un sistema di ritenuta “potenziato” da fettucce fissate con biadesivo e velcro al corpo di un telescopio/teleobiettivo, purtroppo sul mio zoom le fettucce non sono installabilli, ma fortunatamente i tre cilindretti gommati stringono il filtro in modo fermo attorno al cilindro interno dello zoom, bisogna stare attenti prima di montarlo che non presenti graffi sulla superficie e non bisogna toccarlo a mani nude perchè il grasso delle mani può rovinare l’argentatura, per fortuna la pellicola è sostituibile evitando un nuovo esborso di 40€ per un nuovo filtro. Avrei preferito che la scatola di cartone in cui il filtro arriva smontato fosse stata più alta di un mezzo centimetro in modo da poter riporre facilmente il filtro coi perni già montati, ho adattato la scatola con un coltellino per ricavare abbastanza spazio per riporlo, in quanto a Salerno non avrò molto spazio, anzi suggerirei a Baeder di studiare una nuova montatura avvitabile per obiettivi fotografici, in modo da poterlo montare senza problemi anche stando in piedi (il filtro va maneggiato anche con entrambe le mani dal bordo in plastica).

IMG_1730Il risultato del test è incoraggiante e soprattutto mi ha fatto passare la “strizza da accecamento”, devo solo controllare se il filtro abbia graffi mettendolo controluce e controllando che proietti un’ombra senza puntini (veri e propri pinhole da camera obscura) che potrebbero fregarmi sensore e, più importante la retina (state attenti e non fateci guardare bambini, per i quali è meglio un metodo di osservazione tramite riflessione su foglio bianco).

Non ci resta che sperare in una bella giornata per fotografare lo spicchio di sole..