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Non amo le storie di Instagram e vi dico il perché

Ovviamente è mia opinione personale, se non foste d’accordo potete commentare educatamente sotto e ne parliamo 😉

Quanto sto per dire, relativamente alle storie su Facebook vale moltiplicato 1000

  1. Frega nulla che lo fa anche Snapchat. Io sono iscritto su Instagram mica su Snapchat. Voglio postare foto con un certo “stile” non istantanee a scadenza.
  2. Storie sempre pubbliche e universalmente visibili, ma se ho un profilo privato le storie devono poter esssere private e credo che l’utonto medio quello si aspetti. Mi è capitato di vedere il profilo di una ragazza che conosco, privato, quindi protegge un normale selfie da chiunque non le chieda il permesso di vedere le sue foto, con una storia in cui si mostrava in spiaggia in una posa “quasi” sexy. Voglio sperare che non sia stata screenshottata troppo.
  3. I contenuti delle storie si recuperano facilmente, soprattutto le foto ho recuperato una foto in 3 secondi, per dire e senza usare tool esterni alla app
  4. I commenti con lo swipe-up allo schermo, ne vogliamo parlare? Post forzatamente pubblici e dove ti fanno commentare una storia? Ma nei messaggi privati, no! Coerente! Tra l’altro quando la storia viene cancellata il commento resta e non si capisce più niente.
  5. Qui la colpa è più degli utenti. Già capisco poco i meme testuali in un social per fotografie, ma nelle storie si raggiunge il massimo quando ti mettono sei sette righe di testo con carattere piccolo che ne hai letto a malapena metà quando scatta il timer della storia. E dai, su!
  6. Stimati professionisti con recchie e nasi canini, parliamone!
  7. Vogliamo parlare della camera frontale che restituisce un’immagine speculare e nelle storie è una scelta quasi obbligata?
  8. Aggiungerò appena me ne vengono altri… 🙂

AAA cercasi modella

Quest’anno volevo dedicarmi al ritratto posato, sono riuscito a organizzare con fatica una sessione con un’amica un mesetto e mezzo fa, dovendo riadattare le richieste iniziali e incassando una mezza defezione (dovevano essere in due a posare). Ovviamente chiedo a ragazze che conosco, con le quali sono un minimo già in confidenza, nessuna con esperienza, almeno nessuna esperienza di tipo professionale, quindi bisogna starci dietro anche solo per farsi dare una risposta.

Non sono un professionista, d’accordo, loro non sono modelle professioniste ma non riuscire a trovare mezz’ora di pomeriggio di un giorno della settimana mi sembra “strano”, infatti a furia di insistere qualcuna ha confessato l’imbarazzo. Che ci sta tutto! Assolutamente, sono il re degli introversi (sì, va be’!) capisco che stare davanti ad un obiettivo non è facile, soprattutto se dietro c’è uno con cui magari si starà pure in confidenza ma ti dice come metterti, se sorridere o meno… be, anche essere quel tizio non è facile, credetemi. 🙂

Poi ho riflettuto: alcune di queste ragazze sono le stesse che quando non riuscivo a partecipare ad un evento venivano ad insistere perchè cambiassi idea. “Come ce le fai tu, le foto, noi non siamo in grado di farle coi cellulari”, dicevano quando davo loro l’alternativa del fai da te. Certo ne ero anche lusingato, ma queste si fidavano della mia tecnica quando sto in una situazione che la foto sono praticamente costretto a tirarla via in un secondo e non si sono fidate di me quando la foto era pensata, soppesando la luce e la profondità di campo, il loro modo di guardare in camera, preoccupandomi di farle venire be(ll/n)e come non mai. Non è paradossale?

Vorrei riuscire a spiegare loro che l’imbarazzo fa parte del gioco, ma si sciacqua via con del sano cazzeggio e un po’ di fiducia in quello che faccio.

Dai, mettiamoci in gioco!

Ispirazioni improvvise

Salvo dal caos degli archivi di Facebook quanto ho annotato oggi:

Ascolti una canzone, di quelle storiche, di quelle che canticchi senza neanche accorgertene e puntualmente arriva IL VERSO che suona “strano”. Nella fattispecie, quello di oggi parlava di occhi, anche con accezione negativa (“occhi come due pezzi di vetro“, non esattamente un complimento) che richiamano però, ribaltandone il senso di 180 gradi, due pezzi di cristallo neri sbirciati dall’obbiettivo della reflex e immortalati in una delle ultime foto, facendoti venire voglia di farne un’altra quanto prima

Fotografare per sè o per gli altri

Quando non si è fotografi di professione le foto si fanno più per se stessi che per gli altri, certo si cerca di scattare foto che piacciano ad altre persone ma soggetti e tecniche le decidiamo noi, anzi a volte odiamo le ingerenze esterne come già dico qui, ma non ci tiriamo indietro quando ci chiedono le “nostre” foto per un evento, allora si deve scattare anche foto che non si farebbero mai.

Ho detto “anche”, non “solo”. Resta la visione di chi scatta, restano gli interessi per soggetti e tecniche, restano le motivazioni per cui si scatta una foto invece di un’altra e capita che in una festa si scatti foto a gruppi di persone che non si conoscono (cosa che altrimenti eviterei) e si cerchi di svicolare per scattare le proprie foto tra un gruppo e l’altro. A cose fatte è ovvio che un amatore metta davanti le foto che lui ha cercato, usi quelle per promuovere anche le altre e il motivo è semplice: scattando quelle foto ha sentito “il brivido” dello “speriamo che non la sbagli”, le altre si fanno al meglio, ma se non dovessero uscire pazienza (diversamente da un professionista non si perdono soldi).

Alla fine bilancio di un evento si riduce a: foto che soddisfano il committente e foto che si è riusciti a realizzare per se, tutto al netto delle foto mancate in entrambi i due gruppi precedenti

Così scatti ed elabori più di duecento scatti, ne scegli una buona parte ma ne solo una decina o meno ti appartengono davvero e sono quelle che mostrerai orgoglioso al mondo, in mille varianti diverse (perchè bisogna esercitarsi SEMPRE).ma sai già che quelle foto verranno giudicate (se sei un amatoriale) più per la ricorrenza del soggetto che per le “mille varianti”.

Ragazzi, parliamoci chiaro, se ho scelto un ritratto in particolare è OVVIO che mi piaccia il soggetto, ma “piacere” quando vedi il mondo attraverso un mirino significa realizzare la foto “potenziale” che avevi appena visto nel mirino. Dopo aver fatto calcoli, valutato luci, limato l’inquadratura e maledetto ogni singolo imprevisto che rischia di farti sbagliare tutto, hai quello che cercavi da tutta la sera. Mi potrò godere la cosa o no? 😉

Beh, in attesa della Deepcon di Fiuggi tra un mese, godetevi l’ultimo evento cliccando sulla foto sotto:

DSC_6429.jpg

Vinca la “migliore”

Stamattina guardando l’ennesima foto scelta tra quelle di un contest per foto instantanee ho pensato “non farei mai una foto simile perchè non metterei mai una modella in una posa tanto assurda e improbabile” (purtroppo me la sono persa) da lì ho riflettuto che ormai i contest li salto a pie’ pari perchè tanto non supero nemmeno la prima fase e non perché le mie foto fossero inferiori ad altre che invece l’hanno passata, semplicemente perchè mi piace tenere le foto “sporche” senza la patinatura di una foto a rivista, perchè ancora non sono così capace con la postproduzione e perchè comunque non avrei tempo per farla bene, soprattutto perchè non voglio togliere alla foto l’espressione del mood di quel momento (la differenza tra quando voglio quella foto a quando sono scazzato e scatto di fretta). Capisco che la cosa è personale e che non posso pretendere che una giuria si uniformi al mio pensiero ma dev’essere il contrario, ma tant’è: snobbo tutto, nemmeno mi prendo la briga di leggere i bandi di concorso e pazienza se “I contest ti danno idee su cosa scattare e ti permettono di migliorare confrontandoti con altri“.

STICAZZI!

Quella di sopra è una discreta favoletta che si racconta ai niubbi e adesso vi spiego perchè:

Col digitale partecipare ai concorsi fotografici è diventato semplice. Non bisogna scegliere lo scatto tra migliaia di foto o di provini stampati, capire quali miglioramenti si debbano apportare, farlo in camera oscura o chiedere al fotografo che ti stamperà il negativo di farlo (pagando salato), stampare in 18×20 almeno, spedire il tutto in una busta rigida e incrociate le dita attendendo risposta per posta. Oggi i più ci mettono meno di un’ora, al netto della post produzione. E non considero solo quelli che poi passeranno.

Conseguenza del primo punto è che le foto inviate saranno tantissime, troppe, la prima selezione dev’essere per forza un mero sgrossamento delle foto meno curate. Io e il grosso dei niubbi finiamo qui.

Bisogna poi distinguere i concorsi seri da quelli fuffa, truffaldini o fatti per acquisire foto gratuitamente (ho partecipato a qualcuno scientemente solo per segnalare la presenza delle foto fatte a un paio di concerti). I primi hanno regole più stringenti con argomenti più centrati, quindi con partecipanti di livello medio-alto e con meno folla. Ai secondi partecipano anche i “fotografi da Instagram”. Lasciate perdere se l’unica discriminante saranno i like sotto le foto, se vi chiederanno soldi, se vi chiedereanno di cedere ogni diritto sullo scatto, se saranno loro a contattarvi chiedendo di togliere licenze come la Creative Commons da uno scatto per farlo partecipare a un concorso (utenti da bloccare prima di subitoe scatto da monitorare grazie a Google Immagini diffidando e segnalando chiunque lo usi in modo improprio). Capita che le agenzie di PR di artisti chiedano le foto fatte dai fan da mettere sul loro sito paventando concorsi in cui al massimo si vincono le stesse foto autografate dall’artista SE la foto viene scelta. OK coi le foto le avreste fatte comunque ma magari la tappa del tour a cui partecipate non è tra le primissime e i vostri scatti sono uguali alle migliaia  di scatti che lo hanno preceduto, tentar non nuoce di certo, ma sperarci è da illusi. Intanto LORO hanno un archivio fotografico di tutto rispetto a costo zero

Se cercate ispirazione coi concorsi vedere prima quello che fanno i vincitori, POI decidete se e in quale mischia buttarvi.

Occhio alla penna

Per la grafia che ho dovrei fare il medico. Per essere uno a cui piace scrivere è sempre stato il mio tallone di Achille, anche perchè scrivere scrivo ma non ho tempo per scrivere in modo leggibile. Anche per questo sono diventato bravo con le tastiere dei computer.

Come tanti, finita la scuola ho cominciato ad usare sempre meno la biro e sempre di più la tastiera (anche il codice lo abbozzavo su carta ma lo riportavo subito sul computer o non c’era speranza di decifrare il nome delle funzioni).

Però succede di aver bisogno di qualcosa che ci sia quando i tuoi dispositivi sono impegnati a fare altro o sono rimasti attaccati alla corrente e siete tu, la reflex, un’idea o un’opportunità di realizzarne una e niente su cui prendere appunti.

E allora ti viene da pensare: “Ah, se me l’avessi appuntato da qualche parte!”. Già avevo qualcosa per il brainstorming, qualcosa che funzionava su carta, ma che se portavo in digitale finivo per perderlo in un mare di versioni diverse. Anche se in modo grezzo quelle idee su carta stavano più “a galla”, la parte difficile era giustappunto decifrare quello che scrivevo.

Così mentre cercavo sul sito di Moleskine un qualcosa per le foto (credo mi fosse arrivata una newsletter con offerte sugli album) mi viene l’idea di prendere un loro quaderno (non credo ci ia bisogno di spiegarvi che non parliamo dei quaderni usati a scuola). Nero, classico elastico che lo mantiene chiuso, copertina rigida, tasca. Comincio ad appuntare le tecniche che voglio approfondire, registrando i miei progressi, appuntandomi dubbi, snocciolando parametri di scatto, segnalando gli scatti da tenere come riferimento. Oggi, complice la stampantina a sublimazione e le etichette adesive che può produrre, l’ultimo tocco: le immagini di riferimento incollate a mo’ di figurina Panini. Non resta che insegnare a leggere la mia grafia ai miei nipoti. 🙂 

Ah, magari qualcosa la riporterò su questo blog “in bella copia”.

Che mi fai una foto?

Scena: Esterno giorno. (Ma anche notte o crepuscolo, non fa molta differenza) Tu sei in giro a far foto per una qualsiasi ragione e Lui (può essere anche una “Lei” ma in questo post useremo il maschile perchè ci si riferisce al “Soggetto Indesiderato”) è lì ad aspettarti: seduto all’ombra su una panchina, appoggiato al muro, a spasso con altri amici e ti farà la richiesta:

– Che, mi fai una foto?

Con varianti ed eventuale aggiunta di complimenti alle tue doti di fotografo e/o alla qualità della tua attrezzatura, fregandosene se sta parlando a un professionista o ad un fotografo amatoriale. Tenete conto che Lui spesso fa false richieste: l’unica risposta che crede possibile è solo il “Sì” fa niente se voi state cercando altre tipologie di scatti e fa niente che lui abbia in tasca uno smartphone con cui farsi tutti i selfie che vuole; Lui vuole che voi gli facciate una foto, ovviamente gratis, anche se voi facendo foto ci campate.

Quanto segue è frutto della mia esperienza ed è indirizzata a chi ha appena cominciato a girare con reflex al collo, a chi ci gira già da un po’ (i commenti sotto possono ospitare anche condivisioni di esperienze o aggiunte alle casistiche) e a chi non sapeva di appartenere alla “categoria”.

Oh, intendiamoci non tutti quelli che chiedono foto sono soggetti indesiderati, ci sono anche i soggetti inaspettati, quasi tutti quelli a cui si risponde affermativamente.
A domanda si risponde, per educazione spesso non si dà un Sì o un No secchi ma si cerca di motivare il diniego o il consenso. Andiamo ad analizzare alcune risposte tipo partendo dai No per arrivare piano piano ai sì.

No

Mi spiace mi sta scappando un Pokemon

Scusa utilizzabile solo da chi sta usando uno smartphone: volete far scappare a gambe levate il vostro Soggetto indesiderato. Qualcuno si pentirà pure di avervi rivolto la parola, se va di culo vi levano anche l’amicizia su Facebook.

Ho la batteria scarica/Ho la memoria piena

Può essere vero oppure è solo una scusa, Non insistete, tanto la macchina si spegnerà subito prima di scattare o la foto non verrà salvata, in ogni caso è tempo perso per entrambi.

Sto scattando QUESTA COSA e la scheda non e mia

Anche qui vero o no, meglio non insistere soprattutto se il fotografo è un professionista (a cui comunque non andrebbe MAI chiesto in quel modo).

Non c’è luce

Sto fotografando un concerto e ho la macchina settata per la luce presente sul palco fare una foto a gente sotto il palco non è così automatico, se vi si dice no lo si fa a ragione, non insistete

Non ho l’ottica giusta

Come sopra se ho montato un super-teleobiettivo non chiedete foto o vi fotografo il neo sulla guancia non la vostra “bella” faccia, se poi siete anche in gruppo ateo anche la figura dei pirla. Stessa cosa se ho un obbiettivo cortissimo.

Devo correre a casa per mandare le foto via Internet

Ho promesso le foto a un giornale e devo correre per inviare le foto ad alta definizione via mail alla redazione NON HO TEMPO! RAUS!


SCATTO. Adesso devo scappare, te la do appena la sviluppo

Rifiutarla e perdere tempo per farvi capire il perchè, superando le vostre insistenza costa troppa fatica, scatto ma col cazzo che poi ve la do.!

Te la scatterei, ma lì non va bene

OK possiamo farla ma vi dico io dove e come farla. Se dobbiamo, almeno cerchiamo di farla bene.

OK, ma Senza flash farà schifo

OK la facciamo ma in queste condizioni non garantisco il risultato, risposta svogliata di qualcuno evidentemente scazzato ma che cerca lo scatto che magari fa svoltare la giornata. Portate pazienza e mettetevi in posa come dice lui.

Anche 10!

Tu chiedi a me di farti una foto? Mi togli dall’imbarazzo di chiedertene una! Se poi chiedessero il selfie insieme, è JACKPOT

In conclusione. Conviene chiedere foto solo a chi si conosce bene e si è in confidenza, gente che non dovete rincorrere per avere lo scatto (tranquilli che lui non lo farà mai se rientrate nelle prime 9 risposte). Chiedere a gente con cui non si è in confidenza espone se va bene a dinieghi, se va male a sonori “vaffa”.

E poi riflettete: lascereste una vostra foto nel telefono di un illustre sconosciuto?

Fotocicogna arrivata

Un paio di anni fa, alla ricerca di un obbiettivo capace di buoni ingrandimenti che non costasse un capitale scopro la “categoria” degli obiettivi catadiottrici, obiettivi molto compatti sia nelle dimensioni che nel prezzo 🙂 ma con prestazioni più che accettabili, che vengono gestiti dalla reflex come se questa fosse collagata ad un telescopio (la faccio molto facile). Niente automatismi, tutto manuale, nessun passaggio di informazioni da ottica a corpo macchina, di colpo si torna indietro di 40 anni.

Vedo un po’ di foto, mi piacciono pure, c’è quello sfocato a “ciambella” causato dalla presenza dello specchio sull’asse delle lenti e del buco corrispondente che si mostra mano a mano ci si allontana dal piano di messa a fuoco (per chi non capisse, scusate ma è ottica elementare, più semplice non riesco). A me piace e POI si rivelerà anche utile quando si dovrà vedere a occhio se il soggetto è a fuoco.

Leggo qualche recensione di alcuni modelli (poi scoprirò trattarsi della stessa ottica) e cominciano i dubbi, alcuni giudizi negativi su siti di ecommerce e alcuni forum però cominciano a puzzare di marcio, non corrispondono alle foto che ho visto in giro (che accompagnavano però recensioni tutto sommato positive).

L’ottica in questione era il Samyang catadiottrico 500mm o 800mm F8.

Critiche principali su luminosità non eccelsa, difficoltà di ottenere immagini nitide (messa a fuoco, profondità di campo, stabilità e micromosso)

Ragioniamo un attimo sui numeri: TUTTI gli obbiettivi con quell’apertura e lunghezza focale soffrono di quei difetti, ma teniamo conto che un obbiettivo medio oggi a 300mm ha aperture di F5.6 circa due stop in meno per meno della metà della lunghezza focale. quello che gli altri anno sono stabilizzatori e messa a fuoco e calcolo dell’esposizione automatiche.

Di che si lamenta chi lo stronca? Non starà criticando l’umidità dell’acqua? com’è che nessuno stroncatore recensisce il modello da 500mm di focale con apertura F6.3 che è uno stop circa in meno?

Lo metto in lista su Amazon e aspetto di avere il budget necessario (e la bella stagione). Settimana scorsa faccio l’ordine per trovarmi pronto al tranzito di Mercurio del 9/5, insieme ad un filtro Astrosolar (che al momento in cui sto scrivendo ancora sta in giro per la Penisola).

Ieri arriva il tutto e, tenedo a portata di mano il cavalletto ma senza poterlo usare causa pioggia, provo a scattare qualche foto a mano libera, decisamente scettico sui risultati ottenibili.

E invece, usando banalmente la regola del reciproco della focale per i tempi di posa e regolando gli ISO invece dei diaframmi (se non l’avessi detto, il diaframma è fisso) riesco ad ottenere risultati apprezabili per delle foto di “test” (puntavo, focheggiavo e scattavo senza curarmi troppo del soggetto).

Giudizio breve: BELLO

Curiosità: per testare una app di controllo remoto appoggio la reflex sulle ginocchia mentre sto seduto in poltrona, miro spostando il ginocchio e inquadro dall’iPhone (con un lag notevole), aggiusto il fuoco e scatto, inquadratura sporchissima ma foto nitida, pure troppo.

E ve lo dice uno che non ha una mano fermissima. Due o tre foto finiranno a breve su Flickr

Ritorno all’analogico

In quasi 13 anni di foto digitali, il supporto cartaceo non si riesce proprio a lasciarlo nel secolo scorso. Decine di migliaia di scatti, magari non tutti meritevoli di passare alla storia ma magari qualche decina di migliaia di stampe meriterebbe di salvarsi dall’oblio digitale garantito dalla fallibilità accertata dei supporti su cui le abbiamo salvate. Non siamo come i nostalgici dell’odore della carta dei libri: un libro cancellato, alla peggio si ricompra. Una foto persa è una foto persa, non te la ridà più nessuno e allora meglio averne una copia anche su carta, credetemi.

A parte i service di stampa online e non, ottimi per volumi di stampe medio-grandi e per la stampa di oggettistica personalizzata con le nostre foto, quando vorremmo stampare una particolare versione di uno scatto magari servirebbe averle subito e soluzioni in giro ce ne stanno: stampanti a sublimazione, inkjet, tecnologia Zink… E poi sono tornate loro: le istantanee Polaroid, anzi di The Impossible Project. Prima di spiegarvi perché ho scelto questa strada vi spiego un attimo chi sono questi.

La storia di Impossible la potete leggere nello specifico qui, in breve: gli impiegati dello stabilimento olandese in cui si producevano alcuni tipi di pellicole Polaroid è stato rilevato dagli stessi impiegati che si sono assunti l’onore di fare reverse engeenering di tutto quanto, hanno riformulato i reagenti per lo sviluppo a causa delle norme anti inquinamento della UE e, una volta ottenuto un risultato commercialmente valido, hanno riportato in pista le vecchie macchinette Polaroid ricondizionando tutto l’usato che riuscivano ad avere dagli appassionati delle macchinette istantanee. Al momento stanno lanciando la loro prima macchina fotografica la Impossible Type I-1, ma erano già presenti sul mercato, oltre che con le pellicole e il servizio di ricondizionamento dell’usato, anche con l’Impossible Instant Lab I-Type, soluzione che introduce una nuova cartuccia priva di batteria (le Polaroid erano alimentate da una batteria inserita nella cartuccia che si cambiava ogni 10 scatti), quindi a minor impatto ambientale, ma che supporta anche le vecchie serie 600 e SX-70. Devo ammettere che quando un annetto fa lessi di loro pensai: “Ma chi glie lo ha fatto fare!”. È il sistema che costa più di tutti con una singola stampa che supera i 2€ di costo,, ma ammettiamolo: ha un fascino tutto suo, la piena riuscita dello sviluppo non è certo e dipende da tutta una serie di fattori che va a influenzarne la chimica: freschezza delle pellicole, loro corretta conservazione, temperatura a cui si è scattato e temperatura in cui si fa sviluppare la foto, luce presa durante lo sviluppo. Capirete anche voli che ogni singola lastrina fa storia a sè ogni singola lastrina è un pezzo unico; ogni singola lastrina è un posto d’onore per quegli scatti che se lo meritano.

Ma il fattore che mi ha fatto decidere è anche il ritorno alle mie origini: la mia prima macchia fotografica era una serie 600, mi fu tolta, da chi me la regalò, quando il prezzo delle cartucce diventò proibitivo (e io non me la facevo durare nemmeno dieci minuti). Ma il senso di aspettativa che ti faceva contare i minuti e fissare la lastrina che da grigia diventava giallina e poi cominciavano ad apparire i soggetti fotografati ha lasciato un’impronta che a quanto pare non si è cancellata. Mi è bastato vedere alcuni scatti fatti con quelle pellicole per innamorarmene e individuare tra i miei gli scatti meritevoli di un simile trattamento, peccato solo che adesso si debba sviluppare al buio ;-).

Ve lo dico subito: non chiedetemi Polaroid gratis! Qualcuno potrebbe riceverne, ma sono eccezioni che decido io, se ne vorrete dovrete contribuire al loro acquisto con un paio di Euro. L’era del tutto gratis finisce con Impossible Instant Lab.

Molti mi conoscono come un fanatico del digitale e in parte lo sono, ritenendo la musica digitale, gli ebook e le foto digitali un grosso passo avanti che permette a chiunque di usufruire di questi media a prezzi mai così bassi (sono anche un fanatico del “se ti piace, allora pagalo e non rubarlo”). Qualcuno non si spiega perché mi sia buttato su una tecnologia di trent’anni fa e non su una stampante a sublimazione o similare tecnologia di stampa digitale.

In parte l’ho già spiegato: ritengo la fotografia un processo che deve essere digitale solo nel momento in cui la luce viene letta dal sensore e nella postproduzione, per il resto si dovrebbe mantenere un processo analogico: filtri colorati davanti alle lenti e processi di stampa ottica con carta sensibile deve essere sempre preferibile ai filtri prefabbricati, per quanto potrebbero coesistere e integrarsi. La stampa a sublimazione o inkjet o a trasferimento termico su carta chimica ha un senso ma appiattisce il discorso di molto, utile ma deve essere alternativo e non il contrario. Perché? Banalmente, il motivo è da ricercarsi nella unicità che lo scatto fotografico deve avere. Ogni modifica fatta in post produzione si finalizza con la stampa e una stampante “digitale” (concedetemi il termine anche se è un’approssimazione del processo) rende tutto uguale, mentre il processo di stampa chimico è influenzato da molti fattori che ne andranno a definire il risultato finale.

Ripeto, non sto dicendo che bisogna usare i procedimenti analogici E NON quelli digitali, ma che si dovrebbero preferire, senza demonizzare il digitale che ha dalla sua la praticità della trasportabilità e della rapidità e facilità di esecuzione.

Non ho mai amato l’abuso dei filtri che si fanno con app come Instagram o Rebrica, eppure il loro scopo è (era) portare in digitale i colori delle Polaroid, ma l’uso sconsiderato e acritico di solarizzazioni e acidificazioni dei toni scuri ha portato solo al proliferare di brutte foto o, peggio, di foto rovinate dal filtro sbagliato. I colori acidi, molto o poco saturi erano una sorta di firma di una certa particolare pellicola e prima ci si ingegnava per trovare la luce che esaltasse quella qualità o banalmente si usava un altro tipo di pellicola, ma se ci si svena e si dà fondo al portafogli per comprarsi l’ultimo smartphone o l’ultima reflex che è stata studiata per avere i colori fedeli alla realtà trovo stupido andate a rovinare una foto solarizzandola oltre misura.

Trent’anni fa quelle erano foto rovinate dal sole, sbiadite nelle cornici in anni di esposizione sui mobili del salotto o appese alle pareti in pieno sole. Adesso c’è chi le ostenta per avere like ruffiani sui social. Sono vecchio? Può essere. Resta il fatto che certe foto fanno davvero schifo, e magari, prima di mettere quel dannato filtro, erano da 10 e lode.

Se il Lab dovesse funzionare credo che prenderà una piccola percentuale delle foto che scatto dallo smartphone e forse qualcuna fatta con la reflex, così come uso Instagram spero di cominciare a pensare gli scatti per la pellicola, e magari finalmente mi deciderò a prendere una stampante a sublimazione, anche se il formato 10×15 mi sta un po’ stretto, è sempre doppio rispetto a quello Polaroid. Devo fare solo spazio in casa per le scatole di foto che arriveranno.
Un ultimo paragrafo voglio dedicarlo alla Polaroid di oggi, quella che ha cercato di reinventare una sorta di istantanea con una stampante priva di inchiostri che usa una carta chimica in tricromia denominata ZINK. Tutto molto bello, pare che le foto siano anche durevoli MA hanno un formato ridicolo: 3 pollici per 2, praticamente tre pollici quadrati meno di una Polaroid 600 e magari ci mettono anche il bordino bianco. Aumentate le dimensioni e magari ci rivediamo.

Unboxing e primi test.

Il pacco arriva nei tempi previsti, imballo ottimo e abbondante, qualche perplessità in alcune scelte dei contenuti del Lab: un sacchetto in tessuto sottile come custodia non mi sembra l’ideale, ma il Lab è oggetto da scrivania e da trasporto in valigia quindi potrebbe anche starci. Altra cosa curiosa: ha la filettatura per il treppiedi.

Decido per provare prima le pellicole bianco e nero, e tutto l’entusiasmo crolla al tappeto a causa di stampe poco dettagliate con gamma e contrasto ai minimi, molti neri, tanti bianchi ma le sfumature di grigio intermedie latitano di brutto. Per me equivale a una bocciatura, il risultato dello sviluppo è più che incerto, dieci minuti di sviluppo al buio e i toni di grigio fanno pena i neri imperano e i bianchi… occupano la restante parte del fotogramma, ogni tanto a furia di tentativi ed errori riesco ad ottenere un risultato accettabile, ma il costo diventa troppo elevato per giustificare l’acquisto futuro di questo tipo di pellicola.

Poi metto quella a colori: tempi di sviluppo oltre la mezz’ora ma i colori, dopo un paio di passi falsi escono fuori tutti, magari tonalità sature e acide, ma nulla che non sia come era un tempo. Queste sono decisamente promosse, al punto che chi ha dovuto scegliere tra due versioni della stessa foto ha avuto difficoltà in quanto anche quella con poco contrasto e gamma aveva un suo perchè. Bello, di pellicole a colori ne prenderò ancora: acquisto promosso, nonostante gli inciampi iniziali.

Ipotesi sullo scostamento del gamma e del contrasto: il lab fa una foto a uno schermo senza che i due apparecchi si parlino, il telefono fa tutto, l’otturatore del lab è una lastra metallica come fosse un banco ottico. È il telefono che fa apparire la foto per i millisecondi necessari all’esposizione ed è per questo che le cose non corrispondono, forse andrebbe calibrata meglio la app, credo che scriverò a The Impossible Project. Inoltre allineare l’iPhone 6 non è esattamente immediato, si ottengono risultati migliori con l’iPad, che però è più pesante e la torre che sorregge il tutto rischia il “collasso strutturale”.

Prodotto non scevro da difetti, ma i pregi ripagano ampiamente, se amate questo tipo di fotografie.

Aggiornamento 01/06/2016

Quanto scritto sopra vale per i primi tre giorni di uso. Da ieri mi sono ritrovato con scatti molto più equilibrati, comincio a capire quali colori sono meno impressionati dalle pellicole B/N e confermo che preferisco quelle a colori, ma una volta domato, anche il bianco e nero Impossible ha il suo fascino, anche perchè dopo due giorni alcune pellicole ancora non sono perfettamente stabilizzate è aggiungono un ammorbidimento dei toni che mi ha spinto a riconsiderare la bontà di scatti scartati in prima istanza (pur riconoscendone i limiti).

Il motivo di questo aggiornamento però è un altro. Mentre aspettavo la consegna del pacco dalla Germania mi sono posto il problema di come evitare di disperdere gli scatti e di conservarli in modo corretto. Ero sul sito della MOleskine perchè mi serviva un taccuino in cui annotare alcuni parametri di scatti da ripetere a distanza di mesi o anni e mi cade l’occhio sul loro album a pagine nere (e le foto le preferisco guardare proprio su sfondo nero), con tasca  a soffietto incollata internamente alla copertina: ottima per tenerci delle pellicole in sviluppo. Ordinato il tutto, è arrivato oggi e, armato di nastro biadesivo ho incollato i primi otto di ventiquattro scatti effettuati. Possono sembrare pochi ma se consideriamo le copie doppie o triple fatto per testare la pellicola a varie esposizioni e le volte che non ho esposto la pellicola in tempo (due volte in cui mi è scappata la lastra dell’oturatore maniale). Due foto perfoglio per trentadue fogli di cartoncino nero 200 gr/m² di grammatura, spero regga lo spessore delle pellicole visto che sembra pieno dopo aver occupato i primi 4 fogli. Bonus: due fogli di cartone ondulato che facevano spessore nella confezione dell’album sono stati saldati insieme col biadesimo a formare un’altra cartelletta per schermare le pellicole dalla lice durante lo sviluppo. Album decisamente promosso

Creative Commons for dummies

Watermark FotoCome già detto in altri post un qualsiasi contenuto messo sul web non è automaticamente messo a disposizione per chiunque, il normale copyright vale, ma oltre al copyright ci sono diverse licenze che permettono usi più o meno liberi dei contenuti in oggetto: il Pubblico Dominio permette di usare un contenuto liberamente (fatto salvo il divieto di appropriarsi della paternità dell’opera) e poi, quelle che ci interessano le licenze che vanno sotto il nome collettivo di Creative Commons.

Le Creative Commons sono licenze che garantiscono sempre due cose: la paternità dell’opera e l’obbligo di ridistribuire il contenuto con la stessa licenza in caso di pubblicazione dello stesso contenuto o di una sua variante (ma delle varianti parliamo sotto). In parole povere io pubblico una mia foto sotto Creative Commons, Tizio vede la foto e la vuole per un articolo o un blog o per una voce di Wikipedia, Prende la foto, la mette insieme al suo testo e sotto la foto o in una nota a margine mi accredita lo scatto e NON mette Riproduzione riservata anche alla mia foto ma se il suo articolo è sottoposto a Copyright, deve escludere da esso la mia foto con una banale dicitura tipo “Vietato riprodurre il testo dell’articolo, Immagine xx di xxxxx rilasciata sotto Creative Commons…”.

Da quando ho cominciato a fotografare in digitale (12 anni fa, ormai) Ho sempre usato una licenza Creative Commons e mi sono sempre servito di Flickr per distribuirle anche in formato originale, col risultato (abbastanza lusinghiero per un fan/fotografo amatoriale) di vedere la propria foto associata alle pagine di Wikipedia di svariati attori che hanno ricoperti ruoli in Star Trek (anche il Capita dei capitani J.T. Kirk), senza che io facessi nulla per mettercele. Un’ottima palestra per scoprire da se quale stile rende e quale no, adesso potrei pure mettere un piede nel settore di distribuzione via Micro stock (non ho grosse prospettive, solo rientrare di qualche spesa o riuscire ad arrotondare i risparmi per qualche ottica nuova).

Con Facebook usare la Creative commons è particolarmente difficile in quanto bisogna trasferire i diritti di distribuzione ad esso, cosa vietata dalla CC; come conciliare allora i due aspetti? Io ho risolto (spero) modificando eventuali scatti in modo da essere malamente distribuibili, usando un watermark pesantissimo, tagliando parti generose dell’immagine e/o riducendo la risoluzione a valori buone al massimo per un bannerino (parlo dell’intero fotogramma, se lo scatto andasse ulteriormente croppato l’area utile diventa minore), costringendo chi la vuole a rivolgersi a Flickr e quindi accettando la Creative commons in uso per quell’immagine.

Come faccio in caso mi accorgo di violazioni della licenza o di uso impropriodi una mia immagine?

  1. Chiedo gentilmente la rettifica.
  2. Se la richiesta resta inascoltata aggiungo i crediti nei commenti linkando anche la pagina della Creative Commons
  3. Se fanno ancora orecchie d mercante li trolleggio su Facebook mostrandoli per i ladri di polli che sono

Fino ad ora hanno sempre sistemato o rimosso la foto, eppure non chiedo soldi, solo due minuti di uso consapevole della tastiera.