La bolla di solitudine: istruzioni per l’uso

Post dedicato agli introversi come me. Quelli che per dire mezza parola di più (del necessario?) sembra che debbano cavarsi un dente e che quando decidono di aprirsi lo fanno andando in modalità tsunami. Sì, quando diventiamo logorroici lo facciamo perché per parlare semplicemente ci sabotiamo i freni da soli.

Capita per svariati motivi: serata con gli amici con troppe emozioni da archiviare, incontro che ti ha rivoltato emotivamente come un calzino sporco, incontro in cui l’altra parte (o, semplicemente, L’ALTRA) non ti ha permesso di dirle quello che speravi di dirle e ti resta il rospo in gola (che magari ricacci nello stomaco e comincia a rompere le scatole alle farfalle facendo partire l’acidità); cose di questo tipo, che ti fanno girare la testa per non essere abituato a gestire tanto o che ti costringono a un importante e intenso momento di riflessione. E tiri su lo scudo, la “bolla” entro cui non vuoi nessuno, la camera di compensazione di Darth Vader: aprire a proprio rischio e pericolo; il punto è che molti i cartelli di pericolo li interpretano al contrario, ammesso che li leggano e vanno a sbatterci contro andando a infrangere il silenzio coì agognato, costringendo a mugugni o a mezze spiegazioni, rompendo la tranquillità quasi zen faticosamente cercata.

Intendiamoci, salvo casi patologici, nessuno vuole restarci a lungo, nella bolla. Bisogna solo aspettare che arrivi il momento giusto per lasciarla… o la persona giusta, solitamente chi ti ci ha fatto rinchiudere o, se si è fortunati, l’amico che sa come tirartene fuori (a volte nemmeno lo fa apposta).

Non incavolatevi se non foste voi quella persona, e vi soffiamo contro o vi guardiamo male per aver infranto la sacralità del nostro isolamento non siamo asociali, non sempre, almeno, abbiamo isogno di tempo per ricaricare le batterie ad un umore troppo facilmente abbattibile, siamo quelli di “ma avrò detto/fatto qualcosa?”; “Avrà capito male?”; “Perchè non si è resa/o conto di avermi ferito?” E giù nella bolla a capire cosa è successo tra noi e il resto del mondo (che conta).

Se invece aveste il potere di far dissolvere la bolla, beh, fatelo! Magari non subito ma fatelo, se dell’occupante vi interessa ameno u po’ (o se non volete essere il bersaglio di qualche post condito di abbondanti paranoie), cercate il dialogo (meglio se di persona), magari avvicinandovi in punta di piedi, che potreste essere sì voi, ma magari pensiamo di averla fatta grossa e staremo a interpretare ogni inflessione vocale che possa indicare un motivo di astio nei nostri confronti, però fatelo, prendetela come una  buona azione o se ve ne fresgaste beh, sperate che, se non ci decidessimo a soli in capo a qualche ora, qualche amico riesca a stanarci con qualche battuta o un’uscita

Anche questo post è frutto di una sessione in bolla, debitamente interrotta da chi vedendomi con le cuffie ad occhi chiusi e ad ora tarda, pensando che dormissi, ha OSATO scostarmi le cuffie da un orecchio durante un assolo di chitarra. Ecco, voi non fatelo!

Ispirazioni improvvise

Salvo dal caos degli archivi di Facebook quanto ho annotato oggi:

Ascolti una canzone, di quelle storiche, di quelle che canticchi senza neanche accorgertene e puntualmente arriva IL VERSO che suona “strano”. Nella fattispecie, quello di oggi parlava di occhi, anche con accezione negativa (“occhi come due pezzi di vetro“, non esattamente un complimento) che richiamano però, ribaltandone il senso di 180 gradi, due pezzi di cristallo neri sbirciati dall’obbiettivo della reflex e immortalati in una delle ultime foto, facendoti venire voglia di farne un’altra quanto prima

Fotografare per sè o per gli altri

Quando non si è fotografi di professione le foto si fanno più per se stessi che per gli altri, certo si cerca di scattare foto che piacciano ad altre persone ma soggetti e tecniche le decidiamo noi, anzi a volte odiamo le ingerenze esterne come già dico qui, ma non ci tiriamo indietro quando ci chiedono le “nostre” foto per un evento, allora si deve scattare anche foto che non si farebbero mai.

Ho detto “anche”, non “solo”. Resta la visione di chi scatta, restano gli interessi per soggetti e tecniche, restano le motivazioni per cui si scatta una foto invece di un’altra e capita che in una festa si scatti foto a gruppi di persone che non si conoscono (cosa che altrimenti eviterei) e si cerchi di svicolare per scattare le proprie foto tra un gruppo e l’altro. A cose fatte è ovvio che un amatore metta davanti le foto che lui ha cercato, usi quelle per promuovere anche le altre e il motivo è semplice: scattando quelle foto ha sentito “il brivido” dello “speriamo che non la sbagli”, le altre si fanno al meglio, ma se non dovessero uscire pazienza (diversamente da un professionista non si perdono soldi).

Alla fine bilancio di un evento si riduce a: foto che soddisfano il committente e foto che si è riusciti a realizzare per se, tutto al netto delle foto mancate in entrambi i due gruppi precedenti

Così scatti ed elabori più di duecento scatti, ne scegli una buona parte ma ne solo una decina o meno ti appartengono davvero e sono quelle che mostrerai orgoglioso al mondo, in mille varianti diverse (perchè bisogna esercitarsi SEMPRE).ma sai già che quelle foto verranno giudicate (se sei un amatoriale) più per la ricorrenza del soggetto che per le “mille varianti”.

Ragazzi, parliamoci chiaro, se ho scelto un ritratto in particolare è OVVIO che mi piaccia il soggetto, ma “piacere” quando vedi il mondo attraverso un mirino significa realizzare la foto “potenziale” che avevi appena visto nel mirino. Dopo aver fatto calcoli, valutato luci, limato l’inquadratura e maledetto ogni singolo imprevisto che rischia di farti sbagliare tutto, hai quello che cercavi da tutta la sera. Mi potrò godere la cosa o no? 😉

Beh, in attesa della Deepcon di Fiuggi tra un mese, godetevi l’ultimo evento cliccando sulla foto sotto:

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Analfabetismo indifendibile

Quasi vent’anni fa io e altri amici universitari lasciammo i laboratori della facoltà perchè si sarebbe tenuto un corso di alfabetizzazione informatica per impiegati della PA. Era l’epoca in cui il mezzo gigaertz di clock era appannaggio delle CPU per workstation, epoca in cui capire la frase precedente era roba davvero per pochi; Internet si era appena affacciata al mondo dei “normali”, ma era ancora veicolata da tutta l’utenza “tecnica” professionale e non.

Il mantra di Bill Gates nei primi anni ’90 era “un computer su ogni scrivania”, dieci anni dopo i politici lucani hanno tentato, facendo già i primi danni, “il computer in ogni casa”, Steve Jobs dieci anni fa è riuscito a mettere un computer in ogni tasca (anche se non tutti hanno una mela sul retro). Purtroppo la cosa va vista come un mezzo disastro.

Avere uno smartphone non è obbligatorio, usare WhatsApp non è obbligatorio, stare su Facebook neanche, ma la gente  spesso vuole tutto questo anche se non sa accendere un PC (e men che meno lo sa spegnere), ma se venti anni fa era qualcosa su cui si poteva soprassedere, oggi è un’ignoranza ai limiti del tollerabile.

Hai uno smartphone in tasca, uno smartphone è un computer che telefona come un cellulare, ergo sei moralmente obbligato a conoscerne il funzionamento, a conoscere come ci si comporta in rete, a saper gestire i codici che accompagnano smartphone e servizi ad esso associati, ne più ne meno nella misura in cui si è obbligati a conoscere il codice della strada e i rudimenti di meccanica necessari a guidare un’auto.

Invece mi sento dire da gente che ha meno dei miei anni (i sesantenni li giustifico ancora perchè indotti all’errore da figli e nipoti) tutta una serie di cose che mi fanno inorridire, e non esagero:

  • Email? Non ce l’ho / Non la conosco / ma a che ti serve? (Richiesta per mandare qualche allegato che resti privato o che pesa troppo… o per riconfigurare l’accrocchio)
  • Password? Io non me la ricordo proprio, non l’ho segnata o forse l’ho scritta da qualche parte a casa (password principale del dispositivo, mica quella di un servizio di cui si può fare momentaneamente a meno)
  • Questo è l’affare, io non so come si accende e sì TI leggi il manuale e poi me lo spieghi (stocazzo, metti un’inserzione e rivendilo che ci fai una figura migliore)
  • Ma perchè usi sito/blog/Google(search)? Non è meglio Facebook? (NO!)
  • QualunqueMessenger? Ma contattami su Facebook (non siamo amici e non ci tengo ad aggiungerti, già darti quel contatto mi espone a materiale informaticamente radioattivo e non voglio la Sindrome Cinese Testicolare).

Se vi riconoscete in questi comportamenti buttate il vostro smartphone, regalate il tablet al nipote e fatevi un cellulare Brondi (ma non configurate MAI il tasto per le chiamate d’emergenza diretto). Chi ha imparato a usare queste cose non deve essere punito facendogli ripulire i vostri casini, altrimenti sottoscrivete un regolare contratto di assistenza a pagamento, che diamine.

P.S. Alla lista personalmente aggiungerei anche:

  • Che usi a fare Flickr, Facebook è meglio!

Non l’ho messa sopra solo perchè è una cosa decisamente personale ma vi farei alla piastra, come un’okonomiyaki (sperando che l’accento ci vada 😉 )

Attenti al Social-Babau

L’ho letta almeno quattro volte in 24h, postata a ripetizione da chi arriva su Facebook saltuariamente e si ritrova la bacheca invasa da appelli bufala. Li capisco: è gente che non dedica molto tempo ai social e non si prende il tempo di controllare tutti gli appelli con Google. Il problema è che ci credono e rimbalzano bufale anche vecchie di mesi facendole riapparire ciclicamente. Ecco un consiglio: non solo non condividere la bufala (anche solo presunta), ma cancellatela, meglio, scrivete un commento sotto chiedendo di cancellare la bufala (magari nei commenti qualcuno ha fatto notare la cosa ma l’appello è rimasto). Non credete che, avendo poco tempo da dedicare a Facebook, sarebbe meglio avere solo notizie vere in bacheca?Torniamo all’appello specifico. Il testo che riporto sotto ha tra parentesi quadre i miei commenti e grassetto aggiunto da me, il resto è come è riportato nel blog da cui l’ho copiato, ma ne esistono divers versioni. Ho rimosso il riferimento alla persona citata dal finto appello per evitare che Google & C. lo associno per sempre alla cosa.

Appello da un’Amica… [i boccaloni nuotano in branco]

Ragazzi fate attenzione c’è un tizio che gira su Facebook, un certo $PINCO $PALLINO [gli omonimi ringrazieranno tantissimo] che ti chiede l’amicizia e poi non so come ti registra tramite web e fa un fotomontaggio per ricattarvi [Se hai un Mac ti fa anche la radiografia, che ‘ce vo’!]. Fate copia e incolla di questo messaggio a tutti i vostri amici…….. [Voi dovete fare esattamente il contrario] a tutti i miei amici ci chiedo cortesemente di fare il copia incolla di questo bastardo chiede amicizia a donne e poi fa montaggi x ricattare. Vi prego segnalatelo. [per i duri di comprendonio si replica]

(Testo ricavato da screenshot su www.davidpuente.it)

Analizziamo la prima parte. Chi è il tipo? Ha un nome e un cognome (nell’appello reale, qui ho usato un “segnaposto” che non identifichi nessuno in particolare) sarebbe facilmente identificabile se non fosse che quasi certamente ci sono degli incolpevoli omonimi. Ancora non vi squilla il campanello d’allarme bufalino? SEMBRA facilmente identificabile in realtà potrebbe benissimo esserci qualsiasi nome e spesso l’appello cambia “intestatario” a ogni nuova iterazione. Poniamoci due domande. La prima: se fossi un suo omonimo come mi comporterei nel caso qualcuno segnalasse il mio profilo causandomi un disservizio (profilo Facebook usato per scopi professionali)? Siete pronti ad assumervi la responsabilità di diffamare un innocente e ignaro sconosciuto? La seconda domanda: Se fosse così bravo coi computer, quanto ci vorrebbe per cambiare nome al profilo di Facebook o meglio, ad aprire decine di profili falsi con nomi fittizi e continuare ad agire indisturbato? Ha quindi senso indicare nome e cognomi precisi? No.

Come difenderci allora? Ve lo spiego dopo aver analizzato brevemente anche la seconda parte dell’appello

La seconda parte è quella che terrorizza e indigna chi di informatica non ne capisce nulla. Ancora una volta procediamo a piccoli passi e analizziamo con logica spiccia la cosa.

L’abilità del nostro predatore cibernetico starebbe nel filmare a insaputa della vittima, ritoccare quanto registrato e ricattarla per avere denaro o altro.

Qui bisogna stare attenti perchè chi fa queste cose esiste ma non agisce come viene detto nell’appello. Registrare qualcuno a sua insaputa è fattibile se si usa un computer o un cellulare compromesso in termini di sicurezza informatica ma bisogna farlo sempre quando la vittima è in condizioni di essere filmata: di fronte alla webcam, con uno sfondo che si possa eliminare in caso di necessità di ritocco (cosa tutt’altro che semplice), se il telefonino sta in tasca la cosa non funziona se si parla senza tenere il telefono di fronte a se la cosa diventa impossibile. Voi pensate che un criminale così esperto perda tempo in questo modo? Questo genere di predatori più verosimilmente convince le vittime a filmarsi in atteggiamenti equivoci facendosi passare per “signorine di facili costumi” pronte a fare altrettanto ma che registrano la sessione Skype (cosa decisamente più semplice e dal risultato molto più sicuro, perchè innegabile. Un fotomontaggio, invece, si può “smontare”). Quindi la seconda parte serve solo a creare panico e indignazione in chi non è tecnicamente preparato e, magari eccede coi selfie.

Ma se dovesse accadere davvero che qualcuno faccia cose simili come facciamo a difenderci?

Un tipo o una tipa particolarmente avvenente ci chiede l’amicizia su Facebook e i nostri ormoni guidano la nostra mano a spingere “accetta”. NO, FERMI! Vi ha contattati lei/lui quindi avete tutto il diritto di chiedere “Perchè?”, “Chi sei?”, “Come mi hai trovato?”, “Sei tu quella in foto?”. Ovviamente potrebbe mentire su tutto (e quasi certamente lo farà almeno in parte, anche se è un profilo legittimo). Come facciamo a capirlo?

Usiamo Google. Impariamo ad usare i suoi servizi di ricerca per immagini, se le foto sono rubate con Google la cosa viene fuori, Googliamo il nome associandolo a termini reperiti sul profilo di chi ci ha contattato (“modella Tizia”, “attore Caio”), cechiamo gli omonimi su Facebook che magari spuntano fuori i cloni.

La regola aurea è non diamo mai l’amicizia a chi non conosciamo almeno di vista. “Non date retta agli sconosciuti” su Internet (e quindi su Facebook, WhatsApp o Skype) vale doppio. 

Lo dico sempre ai puttanieri da tastiera: “mutande pulite o rischi di fare una figuraccia davanti al mondo intero”. Se volete giocare giocate con chi conoscete e mette sul piatto la stessa credibilità che mettete in gioco voi (e uno/a sconosciuto/a non potete sapere cosa mette sul piatto, no?).

FIDARSI MAI. Se poi si finisce a chattare o in videochiamata su Skype non fate nulla che non fareste davanti a vostra madre… o accettatene le conseguenze, denunciate alla Polizia Postale e la prossima volta state più attenti, basta che non rompete le scatole al prossimo su Facebook.

Siete arrivati fin qui, la testa vi gira e non sapete fare nemmeno un quarto delle cose che vi ho detto di fare. Oltre a non dare retta agli sconosciuti per voi vale dieci volte di più, nel dubbio che una notizia possa non essere vera, non condividetela.

Westworld stagione 1. Raffronto di opinioni

Quanto segue è nato come commento su Facebook a una pagina di wired con commento a Westworld illustrato da Zerocalcare, la metto anche qui perché nel 2018, quando finirà la seconda stagione del telefilm in oggetto su Facebook sarà introvabile.

Su qualche punto dissento con Zerocalcare, che, forse, ha fatto il giro largo per evitare spoiler, ma non rende giustizia alla serie scritta in modo sublime al punto da farmi temere una seconda stagione “moscia” (sull’effetto Lost concordo pienamente).

SPOILER SPOILER SPOILER
LEGGI A TUO RISCHIO E PERICOLO
SE POI “RONZOLI” LO STICAZZI È AUTOMATICO
1) Il dilemma etico ravvisato da Zerocalcare IMHO non è quello che volevano mettere in luce gli autori. Quello descritto non è nemmeno un dilemma. Chi frequenta il parco sa di interagire con bambole hi-tech per questo stuprano e ammazzano a cuor leggero, più o meno facciamo lo stesso giocando a GTA o simili. Il dilemma si pone quando alcuni di loro continuano a farlo nonostante si rendano conto che le “bambole” stanno sviluppando una coscienza, un Io ben definito, anche se indotto dall’esterno (e qui mi fermo).
2) il personaggio di Anthony Hopkins viene descritto da Zerocalcare come un idealista buono solo per la pensione quando invece è il fulcro di tutto (qui ci vorrebbe una funzione per mascherare il testo, ma pazienza) se mi passate il paragone Zerocalcare lo dipinge come John Hammond del film di Jurassic Park, mentre in realtà si dimostra più come quello del romanzo (se vi mancasse, leggetelo)
L’ultimo punto riguardante proprio Jurassic Park è palese se si considera il film che in più punti si rivela una versione beta del parco con i dinosauri.

Quanto vale la Mela sul cofano

Dopo il passaggio da MacBook Pro a iMac sono rimasto scoperto sul fronte mobilità, l’iPad è semplicemente troppo piccolo per gestire tutto ciò che mi serve gestire, per esempio le foto in viaggio: con l’iPad posso giusto visualizzarle e fare una selezione sommaria ma lo sviluppo dei Raw è pressoché impossibile, la loro archiviazione sul tablet è pure utopia. MI trovo nella condizione di dover cercare un nuovo portatile che faccia però solo una frazione di quanto faceva il Macbook Pro, essendo in grado di usare wan he Windows e Linux e avendo ancora le rate del fisso ho deciso di cercare qualcosa non Apple.

Pesavo fosse cosa facile ma senza licenza di Windows si trova roba scarsissima e un medio livello con Linux tra certificazioni dell’assemblatore e hardware buono si paga quasi quanto un Apple.

Ecco le specifiche non negoziabili del portatile che cerco

  • 15″ Display di qualità media buono per fotoritocco 
  • Core i5 per prestazioni adeguate a un invecchiamento non troppo rapido
  • Almeno 8 GB di Ram ma deve garantire un’espandibilità almeno a 16GB
  • Disco fisso aggiornabile usando solo un cacciavite almeno mezzo tera
  • USB3
  • Dimensioni e peso contenuti (no ultraleggero ma entro i 3 Kg)

Queste quelle negoziabili:

  • SSD di serie (ho il vecchio crucial del MacBook che potrebbe sostituire o affiancare quello di serie)
  • Doppio slot per Had Disk (sacrifichiamo pure lo spazio del DVD)
  • Uscita HDMI (me ne faccio poco, ma se c’è non ci sputo sopra)
  • Scheda video discreta.

Quando ci voglio spendere? Non più di 700€. Altrimenti prendo un MacBook Air, finché resta a listino.

Invece mi trovo portatili che vanno da 750€ a 1200€ e penso: MA di cosa si lamentano quelli a cui Apple non piace tanto da darti del pirla per aver acquistato i suoi computer. Tutti a dire che costano troppo senza spere che costano pèoco di più e funzionano tanto meglio. (Fanno eccezione per il momento i nuovi MacBook Pro con Touchbar che hanno l’unico difetto del prezzo stratosferico)

Prime impressioni su New Nintendo 3DS XL

Il primo e unico Nintendo che ho avuto è stato un Watch & Games di MArio Bros 30 e passa anni fa. Poi h scroccato il GameBoy Color di uno dei miei fratelli e l’Advance e la Wii dell’altro. Le DS di entrambi non molto perchè mi sembrava esageratamente complessa per giochi che alla fine usavano sempre croce e due tasti, oprattutto ero nella fase di rigetto dello stilo (da prima che Steve Jobs mi desse ragione), usarlo anche per giocare mi sembrava folle.

Allora perchè sono capitolato e ne ho presa una che in più ha il 3D, che a me non piace a meno di non usarlo con visori stereoscopici? Colpa (anche) di Niantic che non mette uno straccio di palestra o Pokestop in paese e di mio nipote che vuole catturare i mostriciattolo tascabili… Beh, anch’io. In più quando provai Pokemon Blu su un emulatore Gameboy incluso a tradimento in una versione di SuSE Linux ci passai ore senza che me ne accorgessi, titolo/serie promossa sul campo e poi c’era la Virtual Consolle che mi allettava, quindi mi sono buttato anch’io.

Cosa posso dire dopo le prime 24h di utilizzo? Beh, il 3d “superstabile” e meglio di quanto pensassi ma non così buono da farmi cambiare idea sul 3dd su schermo in generale: non serve a un cazzo se non a farti venire le vertigini dopo dieci minuti. (Scusate il francesismo, ma se penso a quanto costa un film in 3d mi viene in mente di peggio). Però le app in realtà aumentata sono divertenti, discorso su 3d a parte.

Mentre aspetto la mia copia di Pokemon Sole ho preso una copia di Lego Marvel Super Heroes, non vi farò la recensione ma ancora non capisco perchè Sony su PSP ci mette una versione fedele alel consolle da salotto e Nintendo mette ‘na roba semplificata buona per uno smartphone di 4 anni fa. IL primo titolo Lego che mi ha lasciato parecchio perplesso e… cazzarola il 3D serve davvero a poco, soprattutto quando gli occhiali fannno sbarellare il riconoscimento del volto e tutto comincia a tremare e a sdoppiarsi.

Demo di Pokemon Sole/Luna: qualcuno ha un sedativo per scimmie? Il 3d non rompe, anzi è uno dei casi in cui si fa apprezzare.

Titoli Virtual Consolle: Al momento ho preso Super Mario Bros per NES e una raccolta di titoli Watch & Game che contiene anche quello che avevo io per GB Color: lacrimuccia in entrambi i casi e il 3d qui non c’è per ovvi motivi.

Gestione degli account Nintendo. Roba da lasciapassare A38 e mi fermo qui. Buono il sistema di fondi da ricaricare così poso acquistare una scheda in tabaccheria/ricevitoria e non do carte di credito in giro, alla fine chi vuol fregare qualcosa si trova solo i resti in centesimi di Euro.

Il baraccone pseudo social ereditato dalla Wii lo lascio perdere.

Il voto è un 8 pieno, se lasciassero perdere il 3D in Nintendo avrebbero tirato fuori una buonissima Consolle portatile che vanterebbe titoli che la farebbero vendere a occhi chiusi… e non per il sopraggiungere delle vertigini da 3D sfasato.

NB. La resa del 3d è buona ma se giocate in penombra e la telecamera vi perde o non capisce con quale angolo guardate lo schermo arrivano: sfarfallio, tremore delle immagini e sdoppiamento che ti fa perdere il senso dell’azione nel gioco. Titoli legati al marchio però lo supportano meglio anche come effetti (che non strafanno come in altre app o giochi), ciononostante comprare il 2DS significava chermo più piccolo ma consolle più grossa e preferivo il formato pieghevole di quella grande: alla peggio il 3d si può spegnere.

Vinca la “migliore”

Stamattina guardando l’ennesima foto scelta tra quelle di un contest per foto instantanee ho pensato “non farei mai una foto simile perchè non metterei mai una modella in una posa tanto assurda e improbabile” (purtroppo me la sono persa) da lì ho riflettuto che ormai i contest li salto a pie’ pari perchè tanto non supero nemmeno la prima fase e non perché le mie foto fossero inferiori ad altre che invece l’hanno passata, semplicemente perchè mi piace tenere le foto “sporche” senza la patinatura di una foto a rivista, perchè ancora non sono così capace con la postproduzione e perchè comunque non avrei tempo per farla bene, soprattutto perchè non voglio togliere alla foto l’espressione del mood di quel momento (la differenza tra quando voglio quella foto a quando sono scazzato e scatto di fretta). Capisco che la cosa è personale e che non posso pretendere che una giuria si uniformi al mio pensiero ma dev’essere il contrario, ma tant’è: snobbo tutto, nemmeno mi prendo la briga di leggere i bandi di concorso e pazienza se “I contest ti danno idee su cosa scattare e ti permettono di migliorare confrontandoti con altri“.

STICAZZI!

Quella di sopra è una discreta favoletta che si racconta ai niubbi e adesso vi spiego perchè:

Col digitale partecipare ai concorsi fotografici è diventato semplice. Non bisogna scegliere lo scatto tra migliaia di foto o di provini stampati, capire quali miglioramenti si debbano apportare, farlo in camera oscura o chiedere al fotografo che ti stamperà il negativo di farlo (pagando salato), stampare in 18×20 almeno, spedire il tutto in una busta rigida e incrociate le dita attendendo risposta per posta. Oggi i più ci mettono meno di un’ora, al netto della post produzione. E non considero solo quelli che poi passeranno.

Conseguenza del primo punto è che le foto inviate saranno tantissime, troppe, la prima selezione dev’essere per forza un mero sgrossamento delle foto meno curate. Io e il grosso dei niubbi finiamo qui.

Bisogna poi distinguere i concorsi seri da quelli fuffa, truffaldini o fatti per acquisire foto gratuitamente (ho partecipato a qualcuno scientemente solo per segnalare la presenza delle foto fatte a un paio di concerti). I primi hanno regole più stringenti con argomenti più centrati, quindi con partecipanti di livello medio-alto e con meno folla. Ai secondi partecipano anche i “fotografi da Instagram”. Lasciate perdere se l’unica discriminante saranno i like sotto le foto, se vi chiederanno soldi, se vi chiedereanno di cedere ogni diritto sullo scatto, se saranno loro a contattarvi chiedendo di togliere licenze come la Creative Commons da uno scatto per farlo partecipare a un concorso (utenti da bloccare prima di subitoe scatto da monitorare grazie a Google Immagini diffidando e segnalando chiunque lo usi in modo improprio). Capita che le agenzie di PR di artisti chiedano le foto fatte dai fan da mettere sul loro sito paventando concorsi in cui al massimo si vincono le stesse foto autografate dall’artista SE la foto viene scelta. OK coi le foto le avreste fatte comunque ma magari la tappa del tour a cui partecipate non è tra le primissime e i vostri scatti sono uguali alle migliaia  di scatti che lo hanno preceduto, tentar non nuoce di certo, ma sperarci è da illusi. Intanto LORO hanno un archivio fotografico di tutto rispetto a costo zero

Se cercate ispirazione coi concorsi vedere prima quello che fanno i vincitori, POI decidete se e in quale mischia buttarvi.

Occhio alla penna

Per la grafia che ho dovrei fare il medico. Per essere uno a cui piace scrivere è sempre stato il mio tallone di Achille, anche perchè scrivere scrivo ma non ho tempo per scrivere in modo leggibile. Anche per questo sono diventato bravo con le tastiere dei computer.

Come tanti, finita la scuola ho cominciato ad usare sempre meno la biro e sempre di più la tastiera (anche il codice lo abbozzavo su carta ma lo riportavo subito sul computer o non c’era speranza di decifrare il nome delle funzioni).

Però succede di aver bisogno di qualcosa che ci sia quando i tuoi dispositivi sono impegnati a fare altro o sono rimasti attaccati alla corrente e siete tu, la reflex, un’idea o un’opportunità di realizzarne una e niente su cui prendere appunti.

E allora ti viene da pensare: “Ah, se me l’avessi appuntato da qualche parte!”. Già avevo qualcosa per il brainstorming, qualcosa che funzionava su carta, ma che se portavo in digitale finivo per perderlo in un mare di versioni diverse. Anche se in modo grezzo quelle idee su carta stavano più “a galla”, la parte difficile era giustappunto decifrare quello che scrivevo.

Così mentre cercavo sul sito di Moleskine un qualcosa per le foto (credo mi fosse arrivata una newsletter con offerte sugli album) mi viene l’idea di prendere un loro quaderno (non credo ci ia bisogno di spiegarvi che non parliamo dei quaderni usati a scuola). Nero, classico elastico che lo mantiene chiuso, copertina rigida, tasca. Comincio ad appuntare le tecniche che voglio approfondire, registrando i miei progressi, appuntandomi dubbi, snocciolando parametri di scatto, segnalando gli scatti da tenere come riferimento. Oggi, complice la stampantina a sublimazione e le etichette adesive che può produrre, l’ultimo tocco: le immagini di riferimento incollate a mo’ di figurina Panini. Non resta che insegnare a leggere la mia grafia ai miei nipoti. 🙂 

Ah, magari qualcosa la riporterò su questo blog “in bella copia”.