Archivi autore: Salvatore Capalbi

Non amo le storie di Instagram e vi dico il perché

Ovviamente è mia opinione personale, se non foste d’accordo potete commentare educatamente sotto e ne parliamo 😉

Quanto sto per dire, relativamente alle storie su Facebook vale moltiplicato 1000

  1. Frega nulla che lo fa anche Snapchat. Io sono iscritto su Instagram mica su Snapchat. Voglio postare foto con un certo “stile” non istantanee a scadenza.
  2. Storie sempre pubbliche e universalmente visibili, ma se ho un profilo privato le storie devono poter esssere private e credo che l’utonto medio quello si aspetti. Mi è capitato di vedere il profilo di una ragazza che conosco, privato, quindi protegge un normale selfie da chiunque non le chieda il permesso di vedere le sue foto, con una storia in cui si mostrava in spiaggia in una posa “quasi” sexy. Voglio sperare che non sia stata screenshottata troppo.
  3. I contenuti delle storie si recuperano facilmente, soprattutto le foto ho recuperato una foto in 3 secondi, per dire e senza usare tool esterni alla app
  4. I commenti con lo swipe-up allo schermo, ne vogliamo parlare? Post forzatamente pubblici e dove ti fanno commentare una storia? Ma nei messaggi privati, no! Coerente! Tra l’altro quando la storia viene cancellata il commento resta e non si capisce più niente.
  5. Qui la colpa è più degli utenti. Già capisco poco i meme testuali in un social per fotografie, ma nelle storie si raggiunge il massimo quando ti mettono sei sette righe di testo con carattere piccolo che ne hai letto a malapena metà quando scatta il timer della storia. E dai, su!
  6. Stimati professionisti con recchie e nasi canini, parliamone!
  7. Vogliamo parlare della camera frontale che restituisce un’immagine speculare e nelle storie è una scelta quasi obbligata?
  8. Aggiungerò appena me ne vengono altri… 🙂

Altolà

Dopo un mese di blocco quasi autoinflitto, per ragioni che esulano dagli argomenti di questa discussione, sono giunto ad un’amara conclusione: le funzioni di blocco di Facebook e Instagram non servono quasi a nulla, almeno per persone che appartengono ad una cerchia sociale entro i “quasi amici”.

Post trasversali di contatti comuni permettono di seguire di straforo le vicende ci chi ha/è bloccato, mancano i tag ma i post non vengono filtrati, addirittura vengono mantenuti i commenti su Instagram (anche se ogni tanto spariscono, facendo sospettare un glitch dovuto a difetti di progettazione della piattaforma), sul messenger di Facebook è possibile ricontattare il bloccato o il bloccante in privato, impedendo solo il commento diretto in pubblico, che dà sì fastidio, ma un molestatore non può sbilanciarsi più di tanto in pubblico. Mi sarei aspettato più rigore nella gestione della messaggistica privata che espone anche dati personali più sensibili, tipo il numero di telefono che seppur accessibile solo su autorizzzione diretta, resta alla distanza di uno o due click.

Ancora peggio per le foto su Facebook che disattivano il tag ma mantengono la ricerca sul testo per cui basta che ci sia il nome del contatto bloccato su una foto postata da un contatto ancora valido che la foto reta visibile.

Intendiamoci per contatti appartenenti ad una rete sociale esterna le restrizioni potrebbero essere sufficienti, m per chi è abbastanza vicino i filtri dovrebbero essere un po’ più rigidi, magari sarebbe il caso di adottare qualcosa di personalizzabile basandosi sul numero di contatti in comune, un livello di blocco “per te non esisto più”, perchè così va bene per i blocchi temporanei, non per quelli da “ergastolo telematico”

Non parlarmi non ti sento

Ho notato una pericolosa tendenza all’imbarbarimento telematico da quando le masse sono sbarcate su Facebook WhatsApp e simili. Nozioni e usi che prima si davano per scontate e la cui non osservanza portavano ad essere definiti in vari modi traducibili in una sfumatura di significati che va da: “troglodita” a “scostumato” e a volte banalmente “stronzo”.

Ultimamente sono inciampato in una spiacevole usanza che pare aver preso piede al punto di essere pure giustificata da chi la pratica: non leggere i messaggi sui vari messenger, ignorandoli apposta. Ve lo dico subito: non fatelo e, se già lo faceste, perdete il vizio.

Andiamo indietro a quando esistevano solo gli SMS: nessuna notifica, non si sapeva se arrivava, figuriamoci se veniva letto. LA cosa si risolveva con una chiamata o uno squillo di conferma, se questa veniva rifiutata o il contatto diventava di colpo irrintracciabile, il rifiuto diventava palese e amen.

Coi messenger e la notifiche di partenza, arrivo e lettura uno non può più ignorare impunemente senza he l’altro sappia. Ecco il problema. Quando si parla normalmente se uno ignora qualcuno in una discussione senza che ce ne sia motivo questi sta sostanzialmente offendendo l’interlocutore. Siamo tutti d’accordo? Beh, è la stessa cosa coi messenger se ignorate un messaggio oltre un tempo ragionevole rischiate di offendere la controparte telematica.

Se non vi ho convinto ve lo spiego nel dettaglio.

Mettiamo scriviate a una persona che per qualche motivo non vuole interagire con voi, per motivi suoi non vi blocca come dovrebbe fare (perchè la cosa giusta sarebbe bloccarvi, sia chiaro); il vostro messaggio giace non letto, ignorato anche per giorni… non avete il numero di telefono, non potete fare altre verifiche e magari il messaggio era importante, ignorato solo perchè sarebbe potuto essere un messaggio di cazzeggio. Il problema è che il sottotesto “non disturbarmi” non viene recepito subito perchè motivi legittimi per non evadere un messaggio (che è sempre una forma di comunicazione asincrona, ricordiamolo) ce ne sono tanti:

  • Telefono smarrito o comunque irraggiungibile 
  • Telefono spento o rotto
  • Non c’è il tempo per leggere

Queste “scuse” cascano vedendo se e quante volte il destinatario si è connesso al messenger

  • Messaggio letto di straforo alla ricezione della notifica o dal centro delle notifiche ma non lo si apre perchè non si ha tempo di rispondere.
  • Troppi messaggi da evadere e si sceglie di leggere velocemente i mittenti meno impegnativi

Queste “scuse” cascano dopo qualche ora o altro lasso di tempo ragionevole entro cui aspettarsi almeno la presa visione del messaggio.

Teniamo conto che non leggere non equivale a non rispondere, in quanto anche la non risposta vale come risposta (ahimè!), magari è brusca ma vale un “no”, “non rompere”, “non mi piace quello che ho letto”. Una risposta esplicita sarebbe si meglio ma non sempre è necessaria.

Ripeto: volete ignorare un vostro contatto o non volete che vi contatti su un messenger? Magari ci perdete prima un messaggio in cui lo dite chiaramente, ma anche no, l’importante è BLOCCARLO. Il blocco non si può fraintendere, equivale alla chiamata rifiutata, a un “get a life” scritto con insegna a neon, ma almeno non siete voi quelli che mancheranno di rispetto l’altro.

AAA cercasi modella

Quest’anno volevo dedicarmi al ritratto posato, sono riuscito a organizzare con fatica una sessione con un’amica un mesetto e mezzo fa, dovendo riadattare le richieste iniziali e incassando una mezza defezione (dovevano essere in due a posare). Ovviamente chiedo a ragazze che conosco, con le quali sono un minimo già in confidenza, nessuna con esperienza, almeno nessuna esperienza di tipo professionale, quindi bisogna starci dietro anche solo per farsi dare una risposta.

Non sono un professionista, d’accordo, loro non sono modelle professioniste ma non riuscire a trovare mezz’ora di pomeriggio di un giorno della settimana mi sembra “strano”, infatti a furia di insistere qualcuna ha confessato l’imbarazzo. Che ci sta tutto! Assolutamente, sono il re degli introversi (sì, va be’!) capisco che stare davanti ad un obiettivo non è facile, soprattutto se dietro c’è uno con cui magari si starà pure in confidenza ma ti dice come metterti, se sorridere o meno… be, anche essere quel tizio non è facile, credetemi. 🙂

Poi ho riflettuto: alcune di queste ragazze sono le stesse che quando non riuscivo a partecipare ad un evento venivano ad insistere perchè cambiassi idea. “Come ce le fai tu, le foto, noi non siamo in grado di farle coi cellulari”, dicevano quando davo loro l’alternativa del fai da te. Certo ne ero anche lusingato, ma queste si fidavano della mia tecnica quando sto in una situazione che la foto sono praticamente costretto a tirarla via in un secondo e non si sono fidate di me quando la foto era pensata, soppesando la luce e la profondità di campo, il loro modo di guardare in camera, preoccupandomi di farle venire be(ll/n)e come non mai. Non è paradossale?

Vorrei riuscire a spiegare loro che l’imbarazzo fa parte del gioco, ma si sciacqua via con del sano cazzeggio e un po’ di fiducia in quello che faccio.

Dai, mettiamoci in gioco!

La bolla di solitudine: istruzioni per l’uso

Post dedicato agli introversi come me. Quelli che per dire mezza parola di più (del necessario?) sembra che debbano cavarsi un dente e che quando decidono di aprirsi lo fanno andando in modalità tsunami. Sì, quando diventiamo logorroici lo facciamo perché per parlare semplicemente ci sabotiamo i freni da soli.

Capita per svariati motivi: serata con gli amici con troppe emozioni da archiviare, incontro che ti ha rivoltato emotivamente come un calzino sporco, incontro in cui l’altra parte (o, semplicemente, L’ALTRA) non ti ha permesso di dirle quello che speravi di dirle e ti resta il rospo in gola (che magari ricacci nello stomaco e comincia a rompere le scatole alle farfalle facendo partire l’acidità); cose di questo tipo, che ti fanno girare la testa per non essere abituato a gestire tanto o che ti costringono a un importante e intenso momento di riflessione. E tiri su lo scudo, la “bolla” entro cui non vuoi nessuno, la camera di compensazione di Darth Vader: aprire a proprio rischio e pericolo; il punto è che molti i cartelli di pericolo li interpretano al contrario, ammesso che li leggano e vanno a sbatterci contro andando a infrangere il silenzio coì agognato, costringendo a mugugni o a mezze spiegazioni, rompendo la tranquillità quasi zen faticosamente cercata.

Intendiamoci, salvo casi patologici, nessuno vuole restarci a lungo, nella bolla. Bisogna solo aspettare che arrivi il momento giusto per lasciarla… o la persona giusta, solitamente chi ti ci ha fatto rinchiudere o, se si è fortunati, l’amico che sa come tirartene fuori (a volte nemmeno lo fa apposta).

Non incavolatevi se non foste voi quella persona, e vi soffiamo contro o vi guardiamo male per aver infranto la sacralità del nostro isolamento non siamo asociali, non sempre, almeno, abbiamo isogno di tempo per ricaricare le batterie ad un umore troppo facilmente abbattibile, siamo quelli di “ma avrò detto/fatto qualcosa?”; “Avrà capito male?”; “Perchè non si è resa/o conto di avermi ferito?” E giù nella bolla a capire cosa è successo tra noi e il resto del mondo (che conta).

Se invece aveste il potere di far dissolvere la bolla, beh, fatelo! Magari non subito ma fatelo, se dell’occupante vi interessa ameno u po’ (o se non volete essere il bersaglio di qualche post condito di abbondanti paranoie), cercate il dialogo (meglio se di persona), magari avvicinandovi in punta di piedi, che potreste essere sì voi, ma magari pensiamo di averla fatta grossa e staremo a interpretare ogni inflessione vocale che possa indicare un motivo di astio nei nostri confronti, però fatelo, prendetela come una  buona azione o se ve ne fresgaste beh, sperate che, se non ci decidessimo a soli in capo a qualche ora, qualche amico riesca a stanarci con qualche battuta o un’uscita

Anche questo post è frutto di una sessione in bolla, debitamente interrotta da chi vedendomi con le cuffie ad occhi chiusi e ad ora tarda, pensando che dormissi, ha OSATO scostarmi le cuffie da un orecchio durante un assolo di chitarra. Ecco, voi non fatelo!

Ispirazioni improvvise

Salvo dal caos degli archivi di Facebook quanto ho annotato oggi:

Ascolti una canzone, di quelle storiche, di quelle che canticchi senza neanche accorgertene e puntualmente arriva IL VERSO che suona “strano”. Nella fattispecie, quello di oggi parlava di occhi, anche con accezione negativa (“occhi come due pezzi di vetro“, non esattamente un complimento) che richiamano però, ribaltandone il senso di 180 gradi, due pezzi di cristallo neri sbirciati dall’obbiettivo della reflex e immortalati in una delle ultime foto, facendoti venire voglia di farne un’altra quanto prima

Fotografare per sè o per gli altri

Quando non si è fotografi di professione le foto si fanno più per se stessi che per gli altri, certo si cerca di scattare foto che piacciano ad altre persone ma soggetti e tecniche le decidiamo noi, anzi a volte odiamo le ingerenze esterne come già dico qui, ma non ci tiriamo indietro quando ci chiedono le “nostre” foto per un evento, allora si deve scattare anche foto che non si farebbero mai.

Ho detto “anche”, non “solo”. Resta la visione di chi scatta, restano gli interessi per soggetti e tecniche, restano le motivazioni per cui si scatta una foto invece di un’altra e capita che in una festa si scatti foto a gruppi di persone che non si conoscono (cosa che altrimenti eviterei) e si cerchi di svicolare per scattare le proprie foto tra un gruppo e l’altro. A cose fatte è ovvio che un amatore metta davanti le foto che lui ha cercato, usi quelle per promuovere anche le altre e il motivo è semplice: scattando quelle foto ha sentito “il brivido” dello “speriamo che non la sbagli”, le altre si fanno al meglio, ma se non dovessero uscire pazienza (diversamente da un professionista non si perdono soldi).

Alla fine bilancio di un evento si riduce a: foto che soddisfano il committente e foto che si è riusciti a realizzare per se, tutto al netto delle foto mancate in entrambi i due gruppi precedenti

Così scatti ed elabori più di duecento scatti, ne scegli una buona parte ma ne solo una decina o meno ti appartengono davvero e sono quelle che mostrerai orgoglioso al mondo, in mille varianti diverse (perchè bisogna esercitarsi SEMPRE).ma sai già che quelle foto verranno giudicate (se sei un amatoriale) più per la ricorrenza del soggetto che per le “mille varianti”.

Ragazzi, parliamoci chiaro, se ho scelto un ritratto in particolare è OVVIO che mi piaccia il soggetto, ma “piacere” quando vedi il mondo attraverso un mirino significa realizzare la foto “potenziale” che avevi appena visto nel mirino. Dopo aver fatto calcoli, valutato luci, limato l’inquadratura e maledetto ogni singolo imprevisto che rischia di farti sbagliare tutto, hai quello che cercavi da tutta la sera. Mi potrò godere la cosa o no? 😉

Beh, in attesa della Deepcon di Fiuggi tra un mese, godetevi l’ultimo evento cliccando sulla foto sotto:

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Analfabetismo indifendibile

Quasi vent’anni fa io e altri amici universitari lasciammo i laboratori della facoltà perchè si sarebbe tenuto un corso di alfabetizzazione informatica per impiegati della PA. Era l’epoca in cui il mezzo gigaertz di clock era appannaggio delle CPU per workstation, epoca in cui capire la frase precedente era roba davvero per pochi; Internet si era appena affacciata al mondo dei “normali”, ma era ancora veicolata da tutta l’utenza “tecnica” professionale e non.

Il mantra di Bill Gates nei primi anni ’90 era “un computer su ogni scrivania”, dieci anni dopo i politici lucani hanno tentato, facendo già i primi danni, “il computer in ogni casa”, Steve Jobs dieci anni fa è riuscito a mettere un computer in ogni tasca (anche se non tutti hanno una mela sul retro). Purtroppo la cosa va vista come un mezzo disastro.

Avere uno smartphone non è obbligatorio, usare WhatsApp non è obbligatorio, stare su Facebook neanche, ma la gente  spesso vuole tutto questo anche se non sa accendere un PC (e men che meno lo sa spegnere), ma se venti anni fa era qualcosa su cui si poteva soprassedere, oggi è un’ignoranza ai limiti del tollerabile.

Hai uno smartphone in tasca, uno smartphone è un computer che telefona come un cellulare, ergo sei moralmente obbligato a conoscerne il funzionamento, a conoscere come ci si comporta in rete, a saper gestire i codici che accompagnano smartphone e servizi ad esso associati, ne più ne meno nella misura in cui si è obbligati a conoscere il codice della strada e i rudimenti di meccanica necessari a guidare un’auto.

Invece mi sento dire da gente che ha meno dei miei anni (i sesantenni li giustifico ancora perchè indotti all’errore da figli e nipoti) tutta una serie di cose che mi fanno inorridire, e non esagero:

  • Email? Non ce l’ho / Non la conosco / ma a che ti serve? (Richiesta per mandare qualche allegato che resti privato o che pesa troppo… o per riconfigurare l’accrocchio)
  • Password? Io non me la ricordo proprio, non l’ho segnata o forse l’ho scritta da qualche parte a casa (password principale del dispositivo, mica quella di un servizio di cui si può fare momentaneamente a meno)
  • Questo è l’affare, io non so come si accende e sì TI leggi il manuale e poi me lo spieghi (stocazzo, metti un’inserzione e rivendilo che ci fai una figura migliore)
  • Ma perchè usi sito/blog/Google(search)? Non è meglio Facebook? (NO!)
  • QualunqueMessenger? Ma contattami su Facebook (non siamo amici e non ci tengo ad aggiungerti, già darti quel contatto mi espone a materiale informaticamente radioattivo e non voglio la Sindrome Cinese Testicolare).

Se vi riconoscete in questi comportamenti buttate il vostro smartphone, regalate il tablet al nipote e fatevi un cellulare Brondi (ma non configurate MAI il tasto per le chiamate d’emergenza diretto). Chi ha imparato a usare queste cose non deve essere punito facendogli ripulire i vostri casini, altrimenti sottoscrivete un regolare contratto di assistenza a pagamento, che diamine.

P.S. Alla lista personalmente aggiungerei anche:

  • Che usi a fare Flickr, Facebook è meglio!

Non l’ho messa sopra solo perchè è una cosa decisamente personale ma vi farei alla piastra, come un’okonomiyaki (sperando che l’accento ci vada 😉 )

Attenti al Social-Babau

L’ho letta almeno quattro volte in 24h, postata a ripetizione da chi arriva su Facebook saltuariamente e si ritrova la bacheca invasa da appelli bufala. Li capisco: è gente che non dedica molto tempo ai social e non si prende il tempo di controllare tutti gli appelli con Google. Il problema è che ci credono e rimbalzano bufale anche vecchie di mesi facendole riapparire ciclicamente. Ecco un consiglio: non solo non condividere la bufala (anche solo presunta), ma cancellatela, meglio, scrivete un commento sotto chiedendo di cancellare la bufala (magari nei commenti qualcuno ha fatto notare la cosa ma l’appello è rimasto). Non credete che, avendo poco tempo da dedicare a Facebook, sarebbe meglio avere solo notizie vere in bacheca?Torniamo all’appello specifico. Il testo che riporto sotto ha tra parentesi quadre i miei commenti e grassetto aggiunto da me, il resto è come è riportato nel blog da cui l’ho copiato, ma ne esistono divers versioni. Ho rimosso il riferimento alla persona citata dal finto appello per evitare che Google & C. lo associno per sempre alla cosa.

Appello da un’Amica… [i boccaloni nuotano in branco]

Ragazzi fate attenzione c’è un tizio che gira su Facebook, un certo $PINCO $PALLINO [gli omonimi ringrazieranno tantissimo] che ti chiede l’amicizia e poi non so come ti registra tramite web e fa un fotomontaggio per ricattarvi [Se hai un Mac ti fa anche la radiografia, che ‘ce vo’!]. Fate copia e incolla di questo messaggio a tutti i vostri amici…….. [Voi dovete fare esattamente il contrario] a tutti i miei amici ci chiedo cortesemente di fare il copia incolla di questo bastardo chiede amicizia a donne e poi fa montaggi x ricattare. Vi prego segnalatelo. [per i duri di comprendonio si replica]

(Testo ricavato da screenshot su www.davidpuente.it)

Analizziamo la prima parte. Chi è il tipo? Ha un nome e un cognome (nell’appello reale, qui ho usato un “segnaposto” che non identifichi nessuno in particolare) sarebbe facilmente identificabile se non fosse che quasi certamente ci sono degli incolpevoli omonimi. Ancora non vi squilla il campanello d’allarme bufalino? SEMBRA facilmente identificabile in realtà potrebbe benissimo esserci qualsiasi nome e spesso l’appello cambia “intestatario” a ogni nuova iterazione. Poniamoci due domande. La prima: se fossi un suo omonimo come mi comporterei nel caso qualcuno segnalasse il mio profilo causandomi un disservizio (profilo Facebook usato per scopi professionali)? Siete pronti ad assumervi la responsabilità di diffamare un innocente e ignaro sconosciuto? La seconda domanda: Se fosse così bravo coi computer, quanto ci vorrebbe per cambiare nome al profilo di Facebook o meglio, ad aprire decine di profili falsi con nomi fittizi e continuare ad agire indisturbato? Ha quindi senso indicare nome e cognomi precisi? No.

Come difenderci allora? Ve lo spiego dopo aver analizzato brevemente anche la seconda parte dell’appello

La seconda parte è quella che terrorizza e indigna chi di informatica non ne capisce nulla. Ancora una volta procediamo a piccoli passi e analizziamo con logica spiccia la cosa.

L’abilità del nostro predatore cibernetico starebbe nel filmare a insaputa della vittima, ritoccare quanto registrato e ricattarla per avere denaro o altro.

Qui bisogna stare attenti perchè chi fa queste cose esiste ma non agisce come viene detto nell’appello. Registrare qualcuno a sua insaputa è fattibile se si usa un computer o un cellulare compromesso in termini di sicurezza informatica ma bisogna farlo sempre quando la vittima è in condizioni di essere filmata: di fronte alla webcam, con uno sfondo che si possa eliminare in caso di necessità di ritocco (cosa tutt’altro che semplice), se il telefonino sta in tasca la cosa non funziona se si parla senza tenere il telefono di fronte a se la cosa diventa impossibile. Voi pensate che un criminale così esperto perda tempo in questo modo? Questo genere di predatori più verosimilmente convince le vittime a filmarsi in atteggiamenti equivoci facendosi passare per “signorine di facili costumi” pronte a fare altrettanto ma che registrano la sessione Skype (cosa decisamente più semplice e dal risultato molto più sicuro, perchè innegabile. Un fotomontaggio, invece, si può “smontare”). Quindi la seconda parte serve solo a creare panico e indignazione in chi non è tecnicamente preparato e, magari eccede coi selfie.

Ma se dovesse accadere davvero che qualcuno faccia cose simili come facciamo a difenderci?

Un tipo o una tipa particolarmente avvenente ci chiede l’amicizia su Facebook e i nostri ormoni guidano la nostra mano a spingere “accetta”. NO, FERMI! Vi ha contattati lei/lui quindi avete tutto il diritto di chiedere “Perchè?”, “Chi sei?”, “Come mi hai trovato?”, “Sei tu quella in foto?”. Ovviamente potrebbe mentire su tutto (e quasi certamente lo farà almeno in parte, anche se è un profilo legittimo). Come facciamo a capirlo?

Usiamo Google. Impariamo ad usare i suoi servizi di ricerca per immagini, se le foto sono rubate con Google la cosa viene fuori, Googliamo il nome associandolo a termini reperiti sul profilo di chi ci ha contattato (“modella Tizia”, “attore Caio”), cechiamo gli omonimi su Facebook che magari spuntano fuori i cloni.

La regola aurea è non diamo mai l’amicizia a chi non conosciamo almeno di vista. “Non date retta agli sconosciuti” su Internet (e quindi su Facebook, WhatsApp o Skype) vale doppio. 

Lo dico sempre ai puttanieri da tastiera: “mutande pulite o rischi di fare una figuraccia davanti al mondo intero”. Se volete giocare giocate con chi conoscete e mette sul piatto la stessa credibilità che mettete in gioco voi (e uno/a sconosciuto/a non potete sapere cosa mette sul piatto, no?).

FIDARSI MAI. Se poi si finisce a chattare o in videochiamata su Skype non fate nulla che non fareste davanti a vostra madre… o accettatene le conseguenze, denunciate alla Polizia Postale e la prossima volta state più attenti, basta che non rompete le scatole al prossimo su Facebook.

Siete arrivati fin qui, la testa vi gira e non sapete fare nemmeno un quarto delle cose che vi ho detto di fare. Oltre a non dare retta agli sconosciuti per voi vale dieci volte di più, nel dubbio che una notizia possa non essere vera, non condividetela.

Westworld stagione 1. Raffronto di opinioni

Quanto segue è nato come commento su Facebook a una pagina di wired con commento a Westworld illustrato da Zerocalcare, la metto anche qui perché nel 2018, quando finirà la seconda stagione del telefilm in oggetto su Facebook sarà introvabile.

Su qualche punto dissento con Zerocalcare, che, forse, ha fatto il giro largo per evitare spoiler, ma non rende giustizia alla serie scritta in modo sublime al punto da farmi temere una seconda stagione “moscia” (sull’effetto Lost concordo pienamente).

SPOILER SPOILER SPOILER
LEGGI A TUO RISCHIO E PERICOLO
SE POI “RONZOLI” LO STICAZZI È AUTOMATICO
1) Il dilemma etico ravvisato da Zerocalcare IMHO non è quello che volevano mettere in luce gli autori. Quello descritto non è nemmeno un dilemma. Chi frequenta il parco sa di interagire con bambole hi-tech per questo stuprano e ammazzano a cuor leggero, più o meno facciamo lo stesso giocando a GTA o simili. Il dilemma si pone quando alcuni di loro continuano a farlo nonostante si rendano conto che le “bambole” stanno sviluppando una coscienza, un Io ben definito, anche se indotto dall’esterno (e qui mi fermo).
2) il personaggio di Anthony Hopkins viene descritto da Zerocalcare come un idealista buono solo per la pensione quando invece è il fulcro di tutto (qui ci vorrebbe una funzione per mascherare il testo, ma pazienza) se mi passate il paragone Zerocalcare lo dipinge come John Hammond del film di Jurassic Park, mentre in realtà si dimostra più come quello del romanzo (se vi mancasse, leggetelo)
L’ultimo punto riguardante proprio Jurassic Park è palese se si considera il film che in più punti si rivela una versione beta del parco con i dinosauri.