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AAA cercasi modella

Quest’anno volevo dedicarmi al ritratto posato, sono riuscito a organizzare con fatica una sessione con un’amica un mesetto e mezzo fa, dovendo riadattare le richieste iniziali e incassando una mezza defezione (dovevano essere in due a posare). Ovviamente chiedo a ragazze che conosco, con le quali sono un minimo già in confidenza, nessuna con esperienza, almeno nessuna esperienza di tipo professionale, quindi bisogna starci dietro anche solo per farsi dare una risposta.

Non sono un professionista, d’accordo, loro non sono modelle professioniste ma non riuscire a trovare mezz’ora di pomeriggio di un giorno della settimana mi sembra “strano”, infatti a furia di insistere qualcuna ha confessato l’imbarazzo. Che ci sta tutto! Assolutamente, sono il re degli introversi (sì, va be’!) capisco che stare davanti ad un obiettivo non è facile, soprattutto se dietro c’è uno con cui magari si starà pure in confidenza ma ti dice come metterti, se sorridere o meno… be, anche essere quel tizio non è facile, credetemi. 🙂

Poi ho riflettuto: alcune di queste ragazze sono le stesse che quando non riuscivo a partecipare ad un evento venivano ad insistere perchè cambiassi idea. “Come ce le fai tu, le foto, noi non siamo in grado di farle coi cellulari”, dicevano quando davo loro l’alternativa del fai da te. Certo ne ero anche lusingato, ma queste si fidavano della mia tecnica quando sto in una situazione che la foto sono praticamente costretto a tirarla via in un secondo e non si sono fidate di me quando la foto era pensata, soppesando la luce e la profondità di campo, il loro modo di guardare in camera, preoccupandomi di farle venire be(ll/n)e come non mai. Non è paradossale?

Vorrei riuscire a spiegare loro che l’imbarazzo fa parte del gioco, ma si sciacqua via con del sano cazzeggio e un po’ di fiducia in quello che faccio.

Dai, mettiamoci in gioco!

Occhio alla penna

Per la grafia che ho dovrei fare il medico. Per essere uno a cui piace scrivere è sempre stato il mio tallone di Achille, anche perchè scrivere scrivo ma non ho tempo per scrivere in modo leggibile. Anche per questo sono diventato bravo con le tastiere dei computer.

Come tanti, finita la scuola ho cominciato ad usare sempre meno la biro e sempre di più la tastiera (anche il codice lo abbozzavo su carta ma lo riportavo subito sul computer o non c’era speranza di decifrare il nome delle funzioni).

Però succede di aver bisogno di qualcosa che ci sia quando i tuoi dispositivi sono impegnati a fare altro o sono rimasti attaccati alla corrente e siete tu, la reflex, un’idea o un’opportunità di realizzarne una e niente su cui prendere appunti.

E allora ti viene da pensare: “Ah, se me l’avessi appuntato da qualche parte!”. Già avevo qualcosa per il brainstorming, qualcosa che funzionava su carta, ma che se portavo in digitale finivo per perderlo in un mare di versioni diverse. Anche se in modo grezzo quelle idee su carta stavano più “a galla”, la parte difficile era giustappunto decifrare quello che scrivevo.

Così mentre cercavo sul sito di Moleskine un qualcosa per le foto (credo mi fosse arrivata una newsletter con offerte sugli album) mi viene l’idea di prendere un loro quaderno (non credo ci ia bisogno di spiegarvi che non parliamo dei quaderni usati a scuola). Nero, classico elastico che lo mantiene chiuso, copertina rigida, tasca. Comincio ad appuntare le tecniche che voglio approfondire, registrando i miei progressi, appuntandomi dubbi, snocciolando parametri di scatto, segnalando gli scatti da tenere come riferimento. Oggi, complice la stampantina a sublimazione e le etichette adesive che può produrre, l’ultimo tocco: le immagini di riferimento incollate a mo’ di figurina Panini. Non resta che insegnare a leggere la mia grafia ai miei nipoti. 🙂 

Ah, magari qualcosa la riporterò su questo blog “in bella copia”.

Ritorno all’analogico

In quasi 13 anni di foto digitali, il supporto cartaceo non si riesce proprio a lasciarlo nel secolo scorso. Decine di migliaia di scatti, magari non tutti meritevoli di passare alla storia ma magari qualche decina di migliaia di stampe meriterebbe di salvarsi dall’oblio digitale garantito dalla fallibilità accertata dei supporti su cui le abbiamo salvate. Non siamo come i nostalgici dell’odore della carta dei libri: un libro cancellato, alla peggio si ricompra. Una foto persa è una foto persa, non te la ridà più nessuno e allora meglio averne una copia anche su carta, credetemi.

A parte i service di stampa online e non, ottimi per volumi di stampe medio-grandi e per la stampa di oggettistica personalizzata con le nostre foto, quando vorremmo stampare una particolare versione di uno scatto magari servirebbe averle subito e soluzioni in giro ce ne stanno: stampanti a sublimazione, inkjet, tecnologia Zink… E poi sono tornate loro: le istantanee Polaroid, anzi di The Impossible Project. Prima di spiegarvi perché ho scelto questa strada vi spiego un attimo chi sono questi.

La storia di Impossible la potete leggere nello specifico qui, in breve: gli impiegati dello stabilimento olandese in cui si producevano alcuni tipi di pellicole Polaroid è stato rilevato dagli stessi impiegati che si sono assunti l’onore di fare reverse engeenering di tutto quanto, hanno riformulato i reagenti per lo sviluppo a causa delle norme anti inquinamento della UE e, una volta ottenuto un risultato commercialmente valido, hanno riportato in pista le vecchie macchinette Polaroid ricondizionando tutto l’usato che riuscivano ad avere dagli appassionati delle macchinette istantanee. Al momento stanno lanciando la loro prima macchina fotografica la Impossible Type I-1, ma erano già presenti sul mercato, oltre che con le pellicole e il servizio di ricondizionamento dell’usato, anche con l’Impossible Instant Lab I-Type, soluzione che introduce una nuova cartuccia priva di batteria (le Polaroid erano alimentate da una batteria inserita nella cartuccia che si cambiava ogni 10 scatti), quindi a minor impatto ambientale, ma che supporta anche le vecchie serie 600 e SX-70. Devo ammettere che quando un annetto fa lessi di loro pensai: “Ma chi glie lo ha fatto fare!”. È il sistema che costa più di tutti con una singola stampa che supera i 2€ di costo,, ma ammettiamolo: ha un fascino tutto suo, la piena riuscita dello sviluppo non è certo e dipende da tutta una serie di fattori che va a influenzarne la chimica: freschezza delle pellicole, loro corretta conservazione, temperatura a cui si è scattato e temperatura in cui si fa sviluppare la foto, luce presa durante lo sviluppo. Capirete anche voli che ogni singola lastrina fa storia a sè ogni singola lastrina è un pezzo unico; ogni singola lastrina è un posto d’onore per quegli scatti che se lo meritano.

Ma il fattore che mi ha fatto decidere è anche il ritorno alle mie origini: la mia prima macchia fotografica era una serie 600, mi fu tolta, da chi me la regalò, quando il prezzo delle cartucce diventò proibitivo (e io non me la facevo durare nemmeno dieci minuti). Ma il senso di aspettativa che ti faceva contare i minuti e fissare la lastrina che da grigia diventava giallina e poi cominciavano ad apparire i soggetti fotografati ha lasciato un’impronta che a quanto pare non si è cancellata. Mi è bastato vedere alcuni scatti fatti con quelle pellicole per innamorarmene e individuare tra i miei gli scatti meritevoli di un simile trattamento, peccato solo che adesso si debba sviluppare al buio ;-).

Ve lo dico subito: non chiedetemi Polaroid gratis! Qualcuno potrebbe riceverne, ma sono eccezioni che decido io, se ne vorrete dovrete contribuire al loro acquisto con un paio di Euro. L’era del tutto gratis finisce con Impossible Instant Lab.

Molti mi conoscono come un fanatico del digitale e in parte lo sono, ritenendo la musica digitale, gli ebook e le foto digitali un grosso passo avanti che permette a chiunque di usufruire di questi media a prezzi mai così bassi (sono anche un fanatico del “se ti piace, allora pagalo e non rubarlo”). Qualcuno non si spiega perché mi sia buttato su una tecnologia di trent’anni fa e non su una stampante a sublimazione o similare tecnologia di stampa digitale.

In parte l’ho già spiegato: ritengo la fotografia un processo che deve essere digitale solo nel momento in cui la luce viene letta dal sensore e nella postproduzione, per il resto si dovrebbe mantenere un processo analogico: filtri colorati davanti alle lenti e processi di stampa ottica con carta sensibile deve essere sempre preferibile ai filtri prefabbricati, per quanto potrebbero coesistere e integrarsi. La stampa a sublimazione o inkjet o a trasferimento termico su carta chimica ha un senso ma appiattisce il discorso di molto, utile ma deve essere alternativo e non il contrario. Perché? Banalmente, il motivo è da ricercarsi nella unicità che lo scatto fotografico deve avere. Ogni modifica fatta in post produzione si finalizza con la stampa e una stampante “digitale” (concedetemi il termine anche se è un’approssimazione del processo) rende tutto uguale, mentre il processo di stampa chimico è influenzato da molti fattori che ne andranno a definire il risultato finale.

Ripeto, non sto dicendo che bisogna usare i procedimenti analogici E NON quelli digitali, ma che si dovrebbero preferire, senza demonizzare il digitale che ha dalla sua la praticità della trasportabilità e della rapidità e facilità di esecuzione.

Non ho mai amato l’abuso dei filtri che si fanno con app come Instagram o Rebrica, eppure il loro scopo è (era) portare in digitale i colori delle Polaroid, ma l’uso sconsiderato e acritico di solarizzazioni e acidificazioni dei toni scuri ha portato solo al proliferare di brutte foto o, peggio, di foto rovinate dal filtro sbagliato. I colori acidi, molto o poco saturi erano una sorta di firma di una certa particolare pellicola e prima ci si ingegnava per trovare la luce che esaltasse quella qualità o banalmente si usava un altro tipo di pellicola, ma se ci si svena e si dà fondo al portafogli per comprarsi l’ultimo smartphone o l’ultima reflex che è stata studiata per avere i colori fedeli alla realtà trovo stupido andate a rovinare una foto solarizzandola oltre misura.

Trent’anni fa quelle erano foto rovinate dal sole, sbiadite nelle cornici in anni di esposizione sui mobili del salotto o appese alle pareti in pieno sole. Adesso c’è chi le ostenta per avere like ruffiani sui social. Sono vecchio? Può essere. Resta il fatto che certe foto fanno davvero schifo, e magari, prima di mettere quel dannato filtro, erano da 10 e lode.

Se il Lab dovesse funzionare credo che prenderà una piccola percentuale delle foto che scatto dallo smartphone e forse qualcuna fatta con la reflex, così come uso Instagram spero di cominciare a pensare gli scatti per la pellicola, e magari finalmente mi deciderò a prendere una stampante a sublimazione, anche se il formato 10×15 mi sta un po’ stretto, è sempre doppio rispetto a quello Polaroid. Devo fare solo spazio in casa per le scatole di foto che arriveranno.
Un ultimo paragrafo voglio dedicarlo alla Polaroid di oggi, quella che ha cercato di reinventare una sorta di istantanea con una stampante priva di inchiostri che usa una carta chimica in tricromia denominata ZINK. Tutto molto bello, pare che le foto siano anche durevoli MA hanno un formato ridicolo: 3 pollici per 2, praticamente tre pollici quadrati meno di una Polaroid 600 e magari ci mettono anche il bordino bianco. Aumentate le dimensioni e magari ci rivediamo.

Unboxing e primi test.

Il pacco arriva nei tempi previsti, imballo ottimo e abbondante, qualche perplessità in alcune scelte dei contenuti del Lab: un sacchetto in tessuto sottile come custodia non mi sembra l’ideale, ma il Lab è oggetto da scrivania e da trasporto in valigia quindi potrebbe anche starci. Altra cosa curiosa: ha la filettatura per il treppiedi.

Decido per provare prima le pellicole bianco e nero, e tutto l’entusiasmo crolla al tappeto a causa di stampe poco dettagliate con gamma e contrasto ai minimi, molti neri, tanti bianchi ma le sfumature di grigio intermedie latitano di brutto. Per me equivale a una bocciatura, il risultato dello sviluppo è più che incerto, dieci minuti di sviluppo al buio e i toni di grigio fanno pena i neri imperano e i bianchi… occupano la restante parte del fotogramma, ogni tanto a furia di tentativi ed errori riesco ad ottenere un risultato accettabile, ma il costo diventa troppo elevato per giustificare l’acquisto futuro di questo tipo di pellicola.

Poi metto quella a colori: tempi di sviluppo oltre la mezz’ora ma i colori, dopo un paio di passi falsi escono fuori tutti, magari tonalità sature e acide, ma nulla che non sia come era un tempo. Queste sono decisamente promosse, al punto che chi ha dovuto scegliere tra due versioni della stessa foto ha avuto difficoltà in quanto anche quella con poco contrasto e gamma aveva un suo perchè. Bello, di pellicole a colori ne prenderò ancora: acquisto promosso, nonostante gli inciampi iniziali.

Ipotesi sullo scostamento del gamma e del contrasto: il lab fa una foto a uno schermo senza che i due apparecchi si parlino, il telefono fa tutto, l’otturatore del lab è una lastra metallica come fosse un banco ottico. È il telefono che fa apparire la foto per i millisecondi necessari all’esposizione ed è per questo che le cose non corrispondono, forse andrebbe calibrata meglio la app, credo che scriverò a The Impossible Project. Inoltre allineare l’iPhone 6 non è esattamente immediato, si ottengono risultati migliori con l’iPad, che però è più pesante e la torre che sorregge il tutto rischia il “collasso strutturale”.

Prodotto non scevro da difetti, ma i pregi ripagano ampiamente, se amate questo tipo di fotografie.

Aggiornamento 01/06/2016

Quanto scritto sopra vale per i primi tre giorni di uso. Da ieri mi sono ritrovato con scatti molto più equilibrati, comincio a capire quali colori sono meno impressionati dalle pellicole B/N e confermo che preferisco quelle a colori, ma una volta domato, anche il bianco e nero Impossible ha il suo fascino, anche perchè dopo due giorni alcune pellicole ancora non sono perfettamente stabilizzate è aggiungono un ammorbidimento dei toni che mi ha spinto a riconsiderare la bontà di scatti scartati in prima istanza (pur riconoscendone i limiti).

Il motivo di questo aggiornamento però è un altro. Mentre aspettavo la consegna del pacco dalla Germania mi sono posto il problema di come evitare di disperdere gli scatti e di conservarli in modo corretto. Ero sul sito della MOleskine perchè mi serviva un taccuino in cui annotare alcuni parametri di scatti da ripetere a distanza di mesi o anni e mi cade l’occhio sul loro album a pagine nere (e le foto le preferisco guardare proprio su sfondo nero), con tasca  a soffietto incollata internamente alla copertina: ottima per tenerci delle pellicole in sviluppo. Ordinato il tutto, è arrivato oggi e, armato di nastro biadesivo ho incollato i primi otto di ventiquattro scatti effettuati. Possono sembrare pochi ma se consideriamo le copie doppie o triple fatto per testare la pellicola a varie esposizioni e le volte che non ho esposto la pellicola in tempo (due volte in cui mi è scappata la lastra dell’oturatore maniale). Due foto perfoglio per trentadue fogli di cartoncino nero 200 gr/m² di grammatura, spero regga lo spessore delle pellicole visto che sembra pieno dopo aver occupato i primi 4 fogli. Bonus: due fogli di cartone ondulato che facevano spessore nella confezione dell’album sono stati saldati insieme col biadesimo a formare un’altra cartelletta per schermare le pellicole dalla lice durante lo sviluppo. Album decisamente promosso

I colori della Luna

A volte non pensiamo alle implicazioni più ovvie e serve qualche matto che te le faccia notare.

22/12/2014 Su Facebook leggo un post di Protesi di Complotto, nota pagina anti complottista che ironizza su alcuni complottari (movimenti e singoli).

 

“Cercate Luna a colori e informatevi” disse il complottaro. Per farmi due risate l’ho fatto e ho scoperto che la Luna non è così pallida come la si vede a occhio nudo o in una foto non filtrata. Nel senso che per mia fortuna Google mi ha messo in testa ai risultati siti di astronomia seri che hanno dato la dritta su come filtrare una foto fatta con un discreto teleobiettivo o, meglio, un telescopio. Io la reflex buona ce l’ho, il discreto teleobiettivo pure e le foto della Luna a varie esposizioni abbondano nel mio archivio. così seguendo le indicazioni: sbiancate e saturate, ho ottenuto lo scatto che potete ammirare qui sotto.Luna a colori-0045La foto l’ho fatta a mano libera con un 70-300 stabilizzato, l’originale RAW 24MPixel a 14 bit di profondità colore non aveva dominanti gialle, per cui ho soltanto portato al massimo la saturazione dei colori. Ecco i rossi e il nero più scuro dei basalti dei Mari Lunari che esce fuori rispetto allo scatto originale
DSC_0046.jpg

Ne farò presto una con macchina stabilizzata su cavalletto per scongiurare anche la minima possibilità di micromosso

Le cose da NON dire a un fotografo.

Su Facebook mi sono ritrovato in bacheca una di quelle classifiche che fanno presto a diventare dei meme, già divisa in cartelloni da far girare slegati. La cosa che racconta è  di quelle tragicomiche: quando le racconti fanno ridere, quando te le dicono, soprattutto se il destinatario è un fotografo professionista, si rischia la gaffe. Come fotografo amatore mi sono trovato in due o tre di queste situazioni, quindi per il bene di alcuni di voi che seguite questo blog a cui potrebbero fischiare le orecchie, vi commento punto per punto in modo semiserio.(*)

 

1 – La tua reflex fa delle foto stupende.

 

Questa è una delle gaffe che si fanno più spesso. una macchina fotografica senza la visione della fotografia di chi la sta usando è nulla. sia che si stia parlando di un professionista affermato che dell’amico amatore. Nel primo caso rischiate che il vostro interlocutore si offenda (a ragione).

2 – Tanto poi mi ritocchi con Photoshop, vero?

Qui distinguiamo i due casi:

  • Fotografo Amatoriale: non è detto, il ritocco con Photoshop porta tempo, quindi si fa solo se è strettamente necessario o si vogliono raggiungere determinati risultati artistici.
  • Fotografo Professionale: la tariffa sale, anche di molto se il ritocco non è “base”, sicuri di voler essere ritoccati?

Cio che non si capisce è che il fotoritocco è qualcosa in più, che porta tempo (e per questo si paga a parte, se non rientra nelle correzioni di base), qualunque persona voglia definirsi un “fotografo” cercherà sempre di scattare la foto migliore possibile, in caso di errore, Photoshop non fa miracoli e non basta “premere un bottone” o armeggiare col mouse. Il ritoccatore fotografico è una professione a sè e come tale va retribuita.

3 – Come mai lo sfondo è così sfocato?

Perchè così dev’essere.

Soprattutto se ci si rivolge a un professionista, fate finta di rivolgervi a un pilota di aereo o a un’astronauta… o a Schumacher. Vi sognereste mai di dar loro consigli su come pilotare i loro mezzi?

4 – Dai, tanto sono giusto due scatti.

Qui state svalutando il lavoro dell’amico o del professionista al solo scopo di chiedergli un “favore” o uno sconto. Partite col piede sbagliato, date retta a me.

5 – Fammi le foto gratis che poi ti faccio pubblicità.

Questa è esclusiva dei professionisti. MAI DIRE UNA STRONZATA DEL GENERE. E se per voi non è una stronzata, pensate se vi chiedessero una giornata di lavoro senza stipendio, promettendovi solo una pacca sulle spalle davanti al capo.

Ovviamente per gli amatori non si applica (se chiedessero un pagamento sarebbero abusivi, da denunciare alla GdF), ma anche prestando la propria opera gratuitamente, potrebbero esserci dei vincoli di licenza che sarebbe bene rispettare.

6 – Porta la reflex così fai qualche foto

Se lo dite a un amatore, fate conto che avete appena invitato un vampiro in casa vostra. Potreste pentirvi amaramente di averlo fatto. 🙂

Se lo dite a un professionista, anche se amico o parente beh è come dirgli “guarda t’invito, ma non ti scoccia se lavori pure? Ovviamente gratis!

7 – Fai tutto in bianco e nero tranne un particolare

Qui vale quanto già detto per il punto 2. In caso di fotografo amatoriale non mettete troppi vincoli alla sua tecnica perché potreste avere risultati non di vostro gusto (mentre il vostro amico vi mostrerà gli scatti tutto orgoglioso). Lui sa cosa può offrirvi meglio di voi, per il semplice fatto che se è un fotografo amatoriale serio, farà una selezione spietata degli scatti che vi mostra e solo lui sa quante ne butta e perché.

(personalmente da qualche anno non mostro più gli scatti appena usciti dalla reflex, tranne per le persone più insistenti a cui le mostro talmente rapidamente da non fargli capire gran che, le foto escono al pubblico già selezionate e corrette)

8 – Fammi venire bene, mi raccomando.

“Perché il mio scopo è fare delle bruttissime foto, vero?”.

Chi spara questa perla fa meno danni quando si morde la lingua.

9 – Bella questa foto. Me ne fai una uguale?

Avete detto l’ennesima cavolata, perchè due foto uguali semplicemente non esistono, se si vuole una posa simile, beh, dovete essere capaci voi di assumere tale posa e lì, si spera, vi renderete conto che la cosa non è così automatica. Se invece volete proprio le stesse sfumature di colore o gli stessi effetti di colore, beh rischiate una delusione, soprattutto se siete pignoletti e non andate oltre il punta e clicca col cellulare.

Il professionista potrebbe volervi accontentare, pagando si ottiene questo e altro.

10 – Puoi farmi più magro/a?

Vedi punto 2

Caso personale: vi dico di no!

11 – Con quella macchina le faccio bene anche io.

Col professionista, ammesso che accetti ancora l’incarico, minimo, vi siete giocati lo sconto.

Col fotoamatore vi faccio il mio caso personale: Prendo la mia attuale reflex (una D80 della Nikon) e ve la metto al collo, dopodiché vado a mettermi in posa controluce. “Scatta!” Vi assicuro che 8 persone su 10 si perdono quando non vedono apparire nulla sullo schermo, nonostante io dia sempre tre istruzioni base: inquadra dal mirino: lo schermo non serve a inquadrare; questa e la ghiera dello zoom (lo metto in grandangolare), premi il pulsante prima a metà per mettere a fuoco, poi fino in fondo per fare la foto. Lo zoom non lo alzo mai. Dello schermo vi ho detto; alcuni evidentemente temono che girando la ghiera dello zoom la reflex possa esplodere; alcuni mettono a fuoco alla CdC, nessuno mi chiede del flash che in modalità a priorità di diaframmi va alzato con l’apposito tastino e non scatta automaticamente per compensare l’esposizione. (e concedetemela una bastardata: l’ha detto lui che la sapeva usare!)

12 – Il tuo lavoro è facile, basta premere un bottone.

Ve lo dico con tutto il bene possibile: hanno appena prenotato a vostro nome un biglietto di prima classe, posto finestrino (per farvi fotografare il panorama), sul treno per affanculo!

13 – Puoi togliere la tua firma dalle foto?

Anche qui, se lo fate in buona fede, sappiate che state per far arrabbiare il fotografo. Chi lo chiede, di solito, vuol fregare la foto. fate un po’ voi!

14 – Con l’iPhone vengono uguali.

Fate da soli. Assemblatevi la risposta usando le risposte dei punti 1, 11 e 12. e studiatevi cose come la profondità di campo. Se non volete studiare, TACETE.

15 – Posso stamparla da Facebook.

NO NO NO NO NO NO NO NO NO NO

(*) Io l’ironia della cosa rivolta ai fotografi l’ho capita, spero che voi capiate la mia ironia rivolta all’utonza!

(Social)Fotografia del nuovo millennio

Willow_red_eyesRicordo, quando ho cominciato ad armeggiare con la prima reflex, le foto di chi con una banale punta e clicca faceva foto bellissime, qualche sbavatura nell’esposizione, magari, ma inquadrature coi terzi, magari pure in bianco e nero, io invece sembravo un pivellino in groppa a un cavallo selvaggio, il mio obbiettivo di allora era di superare quelle foto anche in versatilità. Dopo anni, passato al digitale ma senza cambiare di molto la mia tecnica, ho raggiunto quell’obbiettivo, sbaglio poche foto, l’asticella da superare è decisamente più alta rispetto a quella di allora ma, guardando le foto delle macchinette di allora, e le mie mi rendo conto che in generale la tendenza è stata involutiva.

Se prima con la pellicola si ponderava ogni scatto, adesso si scatta quasi senza riflettere, ma se prima le macchinette le trovavi nel fustino del detersivo, adesso le vendono con i cellulari e sono, in alcuni casi molto vicini alle compatte DOC, a complicare le cose ci hanno pensato i social network che hanno veicolato mode stupide (gli autoscatti, ad esempio, esistevano anche prima, solo che ne facevamo meno perché in tre “selfie” su quattro si ha un’espressione beota) e errori che stanno diventando consuetudine.

Quando ho cominciato a postare le mie foto su Flickr (a proposito, ci siamo trasferiti qui), si andava a caccia di scatti altrui da preferire e da studiare passando in rassegna i dati EXIF, così ho saputo cosa migliorare e dove sbagliavo, dopo dieci anni, se sono migliorato lo devo anche a quelle foto. Con Facebook e Instagram invece si disimpara. Instagram ha sdoganato il selfie AKA Autoscatto compulsivo e l’abuso dei filtri che spesso rovinano ciò che miglioravano quando le “macchinette” incluse nei cellulari erano appena sufficienti e allora veniva comodo poter correggere una dominanza cromatica con un bianco e nero o esasperando una dominanza opposta. Oggi ho fatto un giro su Instagram e anche profili professionali che aprono ai selfie delle modelle sono stati invasi da foto color vomito post sbronza. Su Facebook mi sono imbattuto spesso in foto fatte male (su Flickr ci si scambiava spesso le opinioni su inquadrature più incisive o prospettive sballate) che avevano sotto il plauso di amici e parenti, in quel caso taccio imbarazzato io per loro (lo so, non è normale, ma ho quel genere di schiettezza che se una cosa non mi piace non riesco a nasconderlo). Se invce vi recapito la foto “corretta”, tranquilli, siete tra quelli che considero “punta e clicca digitali” e solitamente sistemo i limiti del dispositivo che ha generato la foto (contrasto migliorato, rumore del sensore, flash sparato).

Fuori dalla discussione, ma solo perché non faccio abitualmente video, quelli che si ostinano a filmare col cellulare in verticale: vi prego, piantatela, tra dieci anni vorrete non averli mai fatti!

Se avete qualcosa da aggiungere o da (ri)dire i commenti qua sotto sono a vostra disposizione.

CIRIPIRIPì!

Cambiando il colore della pelle

Nessuna apologia di Micheal Jackson ma un tutorial Gimp su un effetto su cui molti hanno chiesto informazioni, visto il successo di Jessica Alba in versione Orioniana (fu profetica, visto che c’è davvero un orioniana nell’ultimo film di ST). Va detto che è un’estremizzazione di una procedura molto più utile che mira a dare un colore più “salutare” a foto con soggetti dall’incarnato smunto o magari fatte con sensori o impostazioni dell’esposizione che hanno ingrigito la carnagione del soggetto; una specie di fondotinta digitale, insomma.

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To Gimp Or Not To Gimp (Ritoccando Jessica)

Non amo ritoccare pesantemente una foto ma… se proprio dovesse servire? Un’elaborazione grafica di una foto, una luce sbagliata ma il soggetto è al meglio delle sue possibilità (o il contrario). Beh questo è il punto Photoshop costa troppo (anche in termini di risorse per il mio macchettino dal disco striminzito, ormai) e non mi serve tutta quella potenza di fuoco (il filtro fluidificante però non mi dispiacerebbe averlo), così mi sono sempre rivolto al gratuito e ormai abbastanza potente The Gimp disponibile per Linux, Windows, Mac e qualche altro Unix sparso.

Ma queste cose ve le avevo dette già, veniamo alle cose nuove…

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Black and White

DSC_0729.JPG, originally uploaded by Sheldon Pax.

Approfittando di un evento Flickr ho preso la macchina fotografica e ho fatto un po’ di foto nel circondario. La natura dei soggetti e le condizioni meteorologiche da luce bianca lattiginosa mi hanno fatto propendere per del sano bianco e nero di cui potete vedere un esempio in questo post.

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Fotoritocco per tutti

Avete una macchina fotografica digitale di qualche anno o fate delle foto con cellulari da 1.3 Mpixel o meno che non hanno flash? magari le fate anche in condizioni di luce pessima? Normale che escano fuori delle foto con grana molto grossa e con colori non perfetti, niente che un normale programma di fotoritocco non possa sistemare.

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